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Afterhours
- I milanesi ammazzano il sabato *** |
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Roberto Conti |
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Gli
Afterhours potrebbero accomodarsi sull'olimpo della
musica rock indipendente italiana, ma non lo fanno e si
mettono in discussione con un ottavo album I milanesi
ammazzano il sabato ricco di sperimentazione e di
frammenti che si distaccano come schegge dal
tradizionale stile rock un po' cupo che avevamo
conosciuto in questi anni. Ne sono esempi la ninnananna
finale Orchi e streghe sono soli, l'introduzione
dei fiati di Enrico Gabrielli negli arrangiamenti
(scelta che personalmente non mi entusiasma), le
percussioni che esplorano territori inusuali. Dolcezza e
tensione rock si mescolano in un disco non immediato, ma
promosso a livello mediatico con intelligenza (e i
risultati si sono visti classifica alla mano).
Anticipato da Le sessioni ricreative, una sorta
di uncut, distribuito con XL di aprile, l'attenzione
sugli Afterhours è stata da subito intensa, il tour poi
è partito ancora prima delle recensioni che spesso
distorcono le idee di chi ascolta... Manuel Agnelli
scrive parole più vicine alla quotidianità e sceglie
spesso la forma della canzone breve per trasmettere i
suoi messaggi: come per un libro di poesie, la vita del
disco sarà lunga e le canzoni si autopromuoveranno
sicuramente meglio di come potrebbe fare una recensione
scaturita da un paio di ascolti. Il disco, intitolato
quasi come un romanzo di Giorgio Scerbanenco (I milanesi
ammazzano al sabato) non parla in realtà di Milano, se
non di striscio Tema: la mia città, è piuttosto
un affresco a mezze tinte della vita quotidiana di
ciascuno di noi, affresco del quale per ora non riesco a
comprendere appieno il contenuto.
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La Crus
- Non credevo che questa sera * |
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Giovanna
Oceania |
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Esperimento
finito, ma è bello riepilogare. Non credevo che
questa sera racconta 15 anni di carriera dei La Crus
band che in un recente passato ha saputo creare un
discreto seguito abbinando cantautorato un po’
struggente a sonorità new wave. Ci mancheranno?
Personalmente no. Comunque 13 brani noti più 3 inediti,
tra questi ultimi degna di menzione è Entra piano,
potranno consolare almeno per un po’ quanti avevano
già incominciato a sentire la loro mancanza.
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Bauhaus
- Go away white ** |
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Giovanna
Oceania |
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- Peter Murphy è uscito dalla sua esuvia!
Sono passati 25 anni dall’ultimo disco in studio dei
Bauhaus. In mezzo un silenzio interrotto da qualche
concerto. Una sottospecie di testamento questo Go
away white, gridato già dall’evocativo titolo
della opentrack Too Much 21st Century.
- E’ come se Murphy si fosse
risvegliato e facesse un elenco di ciò che è cambiato
(troppa pubblicità, troppi computer, gente che vuole a
tutti i costi essere migliore degli altri). Lo fa
lasciando per un attimo dietro di sé le atmosfere
lugubri (che nel disco ci sono assai, basta ascoltare l’inquietante
Saved) a favore di cori e chitarre. In un quarto
di secolo il mondo è cambiato molto, i Bauhaus no.
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Sikitikis
- "B" *** |
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Andrea Della
Corte |
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Il
mondo è una giungla... per chi non vede al di là degli
alberi - Siamo davanti ad un concetto, un
concetto di protesta, noir, assassino, massonico,
mistico, anni ‘60/’70. Basta, stop. Secco, ruvido,
viscido, overdose di sofferenze, post a ogni teoria.
E’ un bel sound, privo di chitarre (da
sottolineare), frivolezza, perbenismo borghese.
- Arrivano forte questi Sikitikis, dall’asse
Torino-Cagliari.
- Sono grandicelli, ma la ricerca, lo
studio, la sistemazione neo-classica delle cose, è
percettibilissima, nota, netta e costruita con tanto
sudore, pietra dopo l’altra.
- Hanno voluto far un disco forte, sulla
scia di tutta quella gavetta che sin dagli inizi del
2000, hanno compiuto, rilevando, analizzando quel cinema
all’italiana, americano, francese e inglese di forte
influenza. Sono amari, aspri, acidati come un vetro
lavorato, lucidi, intransigenti.
- Tante le influenze, dal jazz, la drum’n’bass,
l’hard core, il trash, il garage, il break-beat, il
trip-pop, il rap, i libri e il cinema, e le colonne
sonore.
- Siamo e sono tutti dall’altra parte,
sull’altro lato, versante, sponda, collina, schiera,
lotta, ponte, strada, bici, eternità… B.
- Hammond, rhodes, korg e farfisa sono
forti in tutte le tracce, suadenti, ritmici, stretti,
lunghi, sottofondo mistico di suoni, fondamentali per la
cartina tornasole di questa band.
- Largo spazio è lasciato ai tratti
strumentali, schizzanti, semi-elettronici,
rivoluzionari, veloci… Davvero, le trasgressioni
imparate e sofferte da giovani, si percepiscono tutte.
Sembra sentirne quasi l’odore, di
paraffina, naftalina, diesel, olio, sangue… Non
vogliono perire questi uomini, non lasciano nulla al
caso; vivono come esseri autarchici nel mondo del
torbido costume rosso-nero, amore-odio, occhiali da
vista-occhiali da sole, mare-monti, cantina-loft.
- L’italianità della band è enorme,
il cantato è diretto, liscio, latin, somiglia a tratti
al noto Giuliano Palma.
- A loro il Mondo pare una giungla, e ne
vogliono uscire…
- Pare proprio ci riescano, perché a
parer mio, sono maturi e saggi al punto giusto. Le trame
compositive sono degne di nota, belle percussioni,
lavori semantici di background, voce graffiante,
stridente, sagace, cupa… Belli e bravi.
- Brani da segnalare: Rosso sangue,
Storia d’amore, Mi avveleni il cuore.
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Sigur
Ros - Hvarf-Heim *** |
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Roberto Conti |
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Hvarf-Heim è
il titolo dell’ultimo lavoro degli Sigur Ros, undici
tracce solo musicali che rendono più profondo il solco si
venerazione che circonda la band islandese. Le prime cinque
tracce sono principalmente rarità inedite incise in studio
con strumenti elettrici; le restanti sei sono versioni
acustiche dei loro brani più rappresentativi. Le novità
assolute si intitolano Salka, Hljomalind e I Gaer.
I
pezzi acustici sono interessanti paragoni con le più note
versioni originali. Von, ad esempio, colpisce in
entrambe le vesti: nella fioritura di suoni elettrica, così
come nel minimalismo acustico. Un disco ottimo per i
cultori, non ideale per che si vuole avvicinare alla band.
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Samideani
- Feed me with love *** |
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Erika Gigli |
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- Feed me with love è un disco da
ascoltare ovunque... perché qualsiasi posto tu scelga
per farlo, non sarà quello in cui rimarrai. I
Samideani fanno propria e portano avanti la lezione e l’esperienza di gruppi, che tra gli ’80 e i ’90, (The Jesus and Mary Chain e My
Bloody Valentine, per citarne alcuni) si ispirarono,
anche e soprattutto,
alle geniali sperimentazioni dei Velvet
Underground. Immergendo
melodie pop e ninnananne oniriche in uno strato denso di
rumori e distorsioni, i Samideani danno vita a canzoni
tanto malinconiche, quanto placide e trasognanti. Il
tutto procede assieme ad un canto che sembra provenire
da lontano, caldo ed assolutamente evocativo.
- E’ pop sporco, distorto, dall’attitudine
rock’n roll e psichedelica. Una
musica che procede densa, fatta di chitarre che si
cercano, si trovano, s’intrecciano per riempire tutto.
- Tell
me why, è una grande e overture, seguita dalla
tenue Am I
Deceving myself, una
canzone velata da una profonda, ma sottile malinconia. E
arriva poi Pop
Song, una canzone in bilico fra la desolazione di
non essere salvi da nulla, soprattutto da se stessi
(ahimè.. ndr) e la voglia di lasciarsi andare in tutto
ciò che di buono ci rimane… Feed
me with love è un punto d’equilibrio fra opposti:
fra rumore e melodicità, fra malinconia e serenità. Il
tutto è calibrato in modo intelligente e raffinato,
senza mai strafare e mantenendo un’originalità
propria.
- Ascoltateli. Che
mettiate gli occhiali da sole o chiudiate gli occhi non
importa, ciò che conta è che
liberiate la mente e seguiate musica, voce e
parole. Oppure, lasciatevi semplicemente trascinare via.
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