Gianna Nannini e Baustelle
Il capodanno romano si infiamma con Gianna
(e si spegne con i Baustelle)
Roberto Conti

Talvolta a Capodanno non si sa proprio che fare, accolgo quindi con sorpresa e favore il concerto di Gianna Nannini e dei Baustelle al Colosseo per la notte del Capodanno romano.
Siamo in quattro e decidiamo di arrivare prestissimo (ossia alle 19.30) per riuscire a stare quantomeno nel primo tratto della lunga e stretta via dei Fori imperiali, che ospita l’evento.
Già da subito la prima sorpresa sgradita: per accedere ai posti migliori, davanti, bisogna abbandonare birre e spumante per il brindisi (e nel nostro caso anche la cena a base di deliziosi panini)…
Decidiamo quindi di stare più indietro e aspettiamo… aspettiamo… aspettiamo…
Per la cronaca se uno volesse andare in bagno dovrebbe percorrere almeno un chilometro tra la folla per raggiungere uno dei maleodoranti cessi chimici situati (per chi è pratico di Roma) ai piedi dell’altare della patria.
Attaccano i Baustelle. Sono circa le 10.20.
Presentati come il gruppo rivelazione dell’anno, vincitori di targa Tenco e campioni di incasso… Ben presto fanno sentire di che pasta sono fatti al pubblico romano. Purtroppo la loro musica non è assolutamente adatta ad un concerto di capodanno con un pubblico così vasto che di sicuro preferirebbe ondeggiare facendo un trenino al ritmo di Maracaibo piuttosto che apprezzare i testi di brani profondi come Dark room, Il liberismo ha i giorni contati o Il corvo Joe.
Se aggiungiamo che la band toscana dal vivo non offre uno spettacolo di particolare pregio, confermando le molte indecisioni a livello vocale, non è difficile spiegarsi il perché la gente tenda a darsi alla fuga, lamentandosi senza mezzi termini.
Qualche sussulto solo in occasione dei singoli più commerciali Charlie fa surf, Colombo e La guerra è finita. Personalmente ho apprezzato parecchio Bruci la città, il brano che Francesco Bianconi scrisse qualche tempo fa per l’interpretazione di Irene Grandi, diverso ma altrettanto comunicativo.
Complimenti al Comune di Roma, la scelta dei Baustelle è stata coraggiosa e almeno da me tutto sommato gradita!
Poi… aspettiamo… aspettiamo… aspettiamo. La mezzanotte si avvicina. La Nannini (annunciata per le 23) non si vede. Sul palco si alternano un comico, vari presentatori, il sindaco Alemanno… Ci sono alcuni momenti di vistoso imbarazzo. I Baustelle vengono chiamati sul palco (no si sa bene per cosa) ma non si vede nessuno… Anche la Nannini viene chiamata… ancora nessuno. Uscirà solo a pochi secondi dalla mezzanotte, per un brindisi dei più mesti.
Intanto tra la gente, pigiata come sardine, vengono tirati dei petardi… Più indietro c’è una rissa a bottigliate (in faccia vuoti a perdere), ma dubito che ciò sia successo perché qualcuno ha emulato il testo di Antropophagus dei Baustelle.
Finalmente ecco la Nannini. Ed è tutta un’altra musica! Gianna è fantastica, nel look con una giacca rossa con le ‘code’, nel carisma, nella voce.
La rocker di Siena propone tutti i suoi grandi successi contenuti nel recente Giannabest come Voglio il tuo profumo, I maschi, Sei nell’anima.
Bravissima la band composta da Giacomo Castellano e Davide Tagliapietra alle chitarre, Hans Maahn al basso, Stephan Ebn alle tastiere, Peter Wrba alla batteria. Il concerto si sviluppa tra i grandi successi della Nannini per quasi un’ora e mezza, fino alla parte finale con alcuni cadò: l’omaggio alla capitale Roma capoccia e al pubblico con Notti magiche, proposta nell’ultimo bis e ‘rovinata’ da molti dei presenti che la concludono con il meno nobile coretto ispirato a Seven nation army dei White stripes, che fa andare via Gianna non del tutto contenta.

 

Baustelle - Codevilla Thunder road
Agenda setting applicata alla musica
Roberto Conti
L'agenda setting è un meccanismo spietato ma assolutamente reale per cui la gente si interessa e parla solo di ciò di cui parlano i media. Per capirci se i media dicono che i biscotti integrali sono buoni, tutti li mangiano golosamente, anche se in realtà sanno di carta.
Questa estremizzazione, con le debite proporzioni, è applicabile anche ad uno stracolmo concerto dei Baustelle, lo scorso 2 maggio in quel Thunder road vicino a Pavia. Il pubblico va in estasi quando sente quelle due o tre canzoni che conosce, canta fingendo di sapere tutte le parole (l'acutissima voce della ragazza bionda e tettuta che avevo a fianco mi risuona ancora nelle orecchie), ignora palesemente il significato dei pezzi, applaude contento anche quando le stecche vocali vanno al di là del lecito... ma i Baustelle sono la band del momento e, spiace dirlo, il pubblico applaudirebbe anche se, come in questo caso, la performance è per diversi aspetti deludente.
Una formazione a sette, in cui la batteria di Sergio Carnevale è l'impalcatura che regge la baracca, in cui si alternano doppie voci, chitarre, sintetizzatori, piani rhodes, cembali, violini e fisarmoniche (questi ultimi erano davvero difficili da percepire, purtroppo), è di buon impatto, ma nulla più.
Bioanconi stona continuamente e viene da pensare che i bei testi, il corposo sostegno musicale della band e le continue e splendide citazioni inserite nel live non siano sufficienti per definire il concerto bello. Forse un approccio più personale (acustico?!) potrebbe migliorare le cose? Non saprei.
Al di là della performance, ai Baustelle va dato pieno merito di avere raggiunto grande visibilità con canzoni spesso ostiche, sicuramente multistrato. All'ascoltatore la capacità di cogliere solo il primo o di scavare in quelli più profondi. Amen.
Baustelle - Milano Rolling Stone
Affascinare, coinvolgere, colpire
Erika Gigli
Quella del Rolling Stone è per i Baustelle la prima data a Milano del tour di presentazione dell’ultimo album Amen.
Prima data in quella Milano tanto decantata, odiata ed amata.
Il Rolling Stone straripa di corpi, forse addirittura al di là delle aspettative.
Dopo un po’ d’attesa i Baustelle salgono sul palco e attaccano Antropophagus.
La musica comincia subito a trascinare, Rachele a ballare, mentre Bianconi canta un po’ cupo, con grandi occhiali da snob rassegnato.
Non si capisce dove finisce la barba e dove cominciano i capelli.
D’improvviso, la canzone s’interrompe per lasciar spazio a “per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali con tribune elettorali”.
Si sentono le voci di chi ha colto la citazione, poi la canzone riprende da dove era stata lasciata.
Splendido.
Sul palco, oltre ai “tres amigos che dovreste ormai conoscere”, ci sono Alessandro Maiorino al basso, Sergio Carnevale alla batteria, Nicola Manzan alla fisarmonica e a molto altro, ed Ettore Bianconi, fratello di Francesco, alle tastiere e ai balletti.
Dopo Antropopaghus è la volta di altri pezzi tratti dall’ultimo album tra i quali Colombo,  la delicata Alfredo e ovviamente Charlie fa Surf, cantatissima soprattutto, come ci si poteva aspettare, dal pubblico più giovane.
Perfettamente riuscita, nella sua atmosfera da disco inferno, Baudelaire.
Il concerto va avanti come una festa, ma quando Rachele canta, decisa e penetrante, il trittico xxx, ( La vita va, L’aeroplano e Dark Room), cala il silenzio in sala.
Dalla Malavita il gruppo di Montepulciano regala forse i pezzi migliori:  Il corvo Joe, La guerra è finita, I provinciali e Sergio, eseguita, quest’ultima, in maniera esemplare e cantata da Bianconi in modo decisamente evocativo e profondo.
Dai primi due album invece propongono La canzone di Alain Delon in una nuova versione scanzonata quanto basta e un medley, evitabile forse, fra la Canzone del Riformatorio e Gomma.
I Baustelle live si presentano in una veste più scarna ed essenziale rispetto a quella registrata, ma non per questo peggiore.
E Bianconi si, stona davvero, come si dice in giro.
Anzi, molte volte pare proprio preso in uno sforzo senza risultato. La voce non arriva.
Il canto di Bruci la città è lontano anni luce da quello di Irene grandi.
Ma infondo, si potrebbe affermare, che non è quello che ci si aspetta da un poeta che, nonostante la perdita frequente di voce, sa affascinare, coinvolgere, colpire.
Mi chiedo quanti, fra tutta quella gente, lasciandosi alle spalle un ascolto superficiale e le conseguenti critiche, abbiano provato a seguire e ad ascoltare attentamente l’amalgama delle melodie di tastiera, dei riff di Brasini, della batteria incisiva e più rock di Sergio Carnevale (già Bluvertigo) e di quelle parole.
Mi chiedo se qualcuno, durante la festa,  abbia pensato almeno un po’ a quello di cui si stava parlando: di Pasolini, del Mercato, della p2, dell’amore, della poesia, del nostro essere Nulla, alla stazione ed in tutti i mondi che sono possibili. Io lo spero.

 

Auditorium Bergamo
  Baustelle: un progetto non interlocutorio
  Erika Gigli
 

Auditorum Piazza della Libertà di Bergamo - 29/04/2006 - Stasera i Baustelle si esibiscono nel cuore di Bergamo, nell’ambito della manifestazione “In Ascolto” in memoria di Ian Curtis, in un auditorium straripante di fan vecchi e nuovi, semplici curiosi o estimatori del genere. Coinvolgenti, raffinati e malinconici i Baustelle riescono ad accendere il pubblico, ad incantarlo con sonorità retrò e a colpirlo a fondo con parole fastidiose, ma estremamente dolci. Non c’è nessun non-sense nei testi di questo gruppo, ma solo poesia. E si sa che la poesia non può essere capita senza una buona dose di sensibilità. La melodia che accompagna le frasi, impregnata di sentimenti ed emozioni, è la chiave di lettura di ognuna di queste poesie che dipendono da essa e viceversa. Sospesi in un’atmosfera evocativa e nostalgica, i Baustelle  eseguono uno dopo l’altro i brani del loro ultimo album spiegando ai presenti la Malavita attraverso parole graffianti e storie di personaggi alienati, sconfitti, romantici. La sofferta violenza di Revolver,  l’ingenua arresa di Sergio, la dolorosa presa di coscienza del Corvo Joe e l’alienante intellettualità del Romantico a Milano sono solo alcune delle tante sensazioni che ti avvolgono, ti stringono e che ti sembrano familiari. La serata insieme ai Baustelle trascorre fra applausi sinceri, sorrisi amari e sorrisi di gioia per aver gradito lo spettacolo, per aver incontrato chi sa suonare emozioni vere, per aver sentito con le proprie orecchie che la musica italiana è ancora viva, oppure, per aver constatato con i propri occhi ed il proprio cuore che i romantici a Milano non sono finiti, ma resistono ancora contro la "malavita" di ogni giorno armati di musica, arte e poesia.

 
 
 
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