Cinema Italiano
  Se l'arte fosse su committenza, forse avremmo davvero arte
  Sergio Toffolo
 

Avevano meno fantasia o erano più semplicemente indirizzati a vivere con la propria arte anche se messa a disposizione del grande pubblico? Mi rivolgo a registi e sceneggiatori, soggettisti e produttori di quella che dai fratelli Lumiére in poi è dichiarata la nuova arte. Non più un’arte frutto di un solo ingegno, ma un’arte collettiva, figlia dello scorso secolo, formata da più figure professionali e da più punti di vista che, confrontandosi e combaciandosi, diedero vita ai quattro movimenti storici del cinema italiano: il neo realismo, il Peplum, lo spaghetti western, e il thriller all’italiana. So bene che tale punto di vista può essere confutabile, giacché i quattro generi sopra esposti sono, a parte il primo, riconosciuti solo per il loro sfruttamento intensivo a livello commerciale, eppure credo che i vari Francisci, Bava, Leone, Lenzi e Argento avessero ben chiaro cosa è arte e cosa è produzione. Chi l’ha detto che l’arte non è mai su committenza? Se non fosse stata richiesta non avremmo mai avuto “La cappella Sistina” e “La pietà”, se non ci fosse stata una richiesta e una successiva commissione non sarebbe scaturita l’arte come la conosciamo ora. Forse questo è il punto: la committenza. Se nell’arte pittorica e scultorea essa era chiara, nel cinema sembra non essere così limpida. La committenza, che stabilisce le regole del prodotto, è il pubblico acquirente del biglietto o il genio di chi vuole comunicare a tutti i costi la propria arte? Mi sembra che la maggior parte della produzione cinematografica italiana sia dettata dal piacere del palarsi addosso, del cercare a tutti i costi di emergere come personaggio, come artista, come unico interlocutore e fautore di una comunicazione per la quale l’artista è nato. Mi sembra che il cinema italiano produca, come fosse una televisione, una notorietà di artisti ma non prodotti commercialmente e artisticamente dettati dalla committenza. Ora, se per committenza intendiamo l’estro e l’arte di chi esegue il mestiere nel cinema, bene possiamo affermare che il cinema italiano non solo esiste, ma esso produce sempre più capolavori; ma se spostiamo l’attenzione sull’acquirente del biglietto come committenza, rimangono solo i fratelli Vanzina, Neri Parenti e Tinto Brass a giocare, con le regole dell’arte cinematografica, ascoltando la necessità del pubblico. Da acquirente potrei sentirmi deluso e tutto sommato preso in giro. Il genere, che fino alla fine degli anni ’70 poteva essere il paradigma nel quale il fruitore di cinema poteva sentirsi “al sicuro” sull’indirizzo della propria scelta, è, ora più che mai decaduto, lasciando spazio a quei sperimenti ibridi tra commedia e non commedia, thriller non thriller, comico non comico, che assomigliano ad un lungo monologo-sfogo dettato da singolari punti di vista. Un plauso al genio del regista o dello sceneggiatore o del produttore che realizza private forme d’arte che diventano pubbliche e a volte anche successo di cassetta, ma rimane un plauso singolo, un plauso vuoto. Il pubblico richiede alcune emozioni, richiede alcune attenzioni, richiede alcune direttive. Se l’arte rispondesse al pubblico committente, dovrebbe rendersi conto che il ritorno al genere è  l’unica strada per essere coerenti con chi permette all’arte di evolversi e vivere. Non intendo con questo negare il genio di chi crea momenti d’arte, ma sarebbe da riflettere sul perché i film sono girati su personaggi di richiamo, su battute mutuate dal linguaggio televisivo, da riprese che tutto sommato non sconvolgono né appiattiscono. Tra lo spettatore e gli specialisti del cinema vige un patto chiamato biglietto d’ingresso al cinema. Lo spettatore paga per avere e pretendere un determinato tipo di emozione. Come si può far scegliere un’emozione, quando questa non è palesemente chiara? Se tra il 1958 e il 1964 ci si è resi conto che i vari Maciste ed Ercole potevano essere attrattiva e richiamo per il pubblico e all’interno di quel parametro, chiamato in gergo tecnico genere Peplum, si è sviluppata tutta un’arte che non escludeva l’artista, ma dava ad esso parametri per costruire, tra i topoi del genere, un discorso artistico; se Sergio Leone ha squarciato quello che era da sempre considerato un genere americano riuscendo, attraverso le regole del genere crearne una rivoluzione dal di dentro fino al riconoscimento anche nella terra natia del western, perché oggi si punta a produrre un attore e il suo mondo sperando che possa riscontrare i favori del pubblico? Nulla da togliere a Verdone e ai suoi personaggi, ad Abbattantuono, a Pieraccioni, a Nuti, o alle singolari visioni di Soldini, Avati e Brizzi, che nella loro particolarità stabiliscono e interagiscono con il pubblico, ma, se pensiamo alla committenza intesa come acquirente forse il cinema americano può ancora insegnarci qualcosa. Anche lì esistono i Woody Allen e i  Spike Lee, i Robin Williams e i Tom Cruise,  ma al di là di questi esempi esiste un cinema che non produce e vende per se stesso, ma che all’interno delle regole del genere, stabilisce un rapporto chiaro con lo spettatore realizzando e vendendo esattamente quello che cerca. Un comico è un comico, un thriller è un thriller, una commedia è una commedia. L’acquirente compra un servizio: il suo patto personale con la vita: per un’ora e mezza voglio vivere una determinata emozione, chiara, dichiarata e realizzata su misura. Si parla di crisi dei soggetti, crisi di sceneggiatori, crisi di produzione… e se tutto fosse in crisi perché abbiamo dimenticato quella che da sempre è la regola dell’arte? Michelangelo è Michelangelo perché all’interno di un genere artistico e richiesto da una committenza ha potuto muovere liberamente il suo estro e il suo sentire senza per questo proporre una sorta di diario privato delle proprie emozioni ma mettendo la propria ingegnosità a servizio della collettività.

 
 
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