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Avevano
meno fantasia o erano più semplicemente indirizzati a
vivere con la propria arte anche se messa a disposizione del
grande pubblico? Mi rivolgo a registi e sceneggiatori,
soggettisti e produttori di quella che dai fratelli Lumiére
in poi è dichiarata la nuova arte. Non più un’arte
frutto di un solo ingegno, ma un’arte collettiva, figlia
dello scorso secolo, formata da più figure professionali e
da più punti di vista che, confrontandosi e combaciandosi,
diedero vita ai quattro movimenti storici del cinema
italiano: il neo realismo, il Peplum, lo spaghetti western,
e il thriller all’italiana. So bene che tale punto di
vista può essere confutabile, giacché i quattro generi
sopra esposti sono, a parte il primo, riconosciuti solo per
il loro sfruttamento intensivo a livello commerciale, eppure
credo che i vari Francisci, Bava, Leone, Lenzi e Argento
avessero ben chiaro cosa è arte e cosa è produzione. Chi l’ha
detto che l’arte non è mai su committenza? Se non fosse
stata richiesta non avremmo mai avuto “La cappella Sistina”
e “La pietà”, se non ci fosse stata una richiesta e una
successiva commissione non sarebbe scaturita l’arte come
la conosciamo ora. Forse questo è il punto: la committenza.
Se nell’arte pittorica e scultorea essa era chiara, nel
cinema sembra non essere così limpida. La committenza, che
stabilisce le regole del prodotto, è il pubblico acquirente
del biglietto o il genio di chi vuole comunicare a tutti i
costi la propria arte? Mi sembra che la maggior parte della
produzione cinematografica italiana sia dettata dal piacere
del palarsi addosso, del cercare a tutti i costi di emergere
come personaggio, come artista, come unico interlocutore e
fautore di una comunicazione per la quale l’artista è
nato. Mi sembra che il cinema italiano produca, come fosse
una televisione, una notorietà di artisti ma non prodotti
commercialmente e artisticamente dettati dalla committenza.
Ora, se per committenza intendiamo l’estro e l’arte di
chi esegue il mestiere nel cinema, bene possiamo affermare
che il cinema italiano non solo esiste, ma esso produce
sempre più capolavori; ma se spostiamo l’attenzione sull’acquirente
del biglietto come committenza, rimangono solo i fratelli
Vanzina, Neri Parenti e Tinto Brass a giocare, con le regole
dell’arte cinematografica, ascoltando la necessità del
pubblico. Da acquirente potrei sentirmi deluso e tutto
sommato preso in giro. Il genere, che fino alla fine degli
anni ’70 poteva essere il paradigma nel quale il fruitore
di cinema poteva sentirsi “al sicuro” sull’indirizzo
della propria scelta, è, ora più che mai decaduto,
lasciando spazio a quei sperimenti ibridi tra commedia e non
commedia, thriller non thriller, comico non comico, che
assomigliano ad un lungo monologo-sfogo dettato da singolari
punti di vista. Un plauso al genio del regista o dello
sceneggiatore o del produttore che realizza private forme d’arte
che diventano pubbliche e a volte anche successo di
cassetta, ma rimane un plauso singolo, un plauso vuoto. Il
pubblico richiede alcune emozioni, richiede alcune
attenzioni, richiede alcune direttive. Se l’arte
rispondesse al pubblico committente, dovrebbe rendersi conto
che il ritorno al genere è l’unica strada per
essere coerenti con chi permette all’arte di evolversi e
vivere. Non intendo con questo negare il genio di chi crea
momenti d’arte, ma sarebbe da riflettere sul perché i
film sono girati su personaggi di richiamo, su battute
mutuate dal linguaggio televisivo, da riprese che tutto
sommato non sconvolgono né appiattiscono. Tra lo spettatore
e gli specialisti del cinema vige un patto chiamato
biglietto d’ingresso al cinema. Lo spettatore paga per
avere e pretendere un determinato tipo di emozione. Come si
può far scegliere un’emozione, quando questa non è
palesemente chiara? Se tra il 1958 e il 1964 ci si è resi
conto che i vari Maciste ed Ercole potevano essere
attrattiva e richiamo per il pubblico e all’interno di
quel parametro, chiamato in gergo tecnico genere Peplum, si
è sviluppata tutta un’arte che non escludeva l’artista,
ma dava ad esso parametri per costruire, tra i topoi del
genere, un discorso artistico; se Sergio Leone ha squarciato
quello che era da sempre considerato un genere americano
riuscendo, attraverso le regole del genere crearne una
rivoluzione dal di dentro fino al riconoscimento anche nella
terra natia del western, perché oggi si punta a produrre un
attore e il suo mondo sperando che possa riscontrare i
favori del pubblico? Nulla da togliere a Verdone e ai suoi
personaggi, ad Abbattantuono, a Pieraccioni, a Nuti, o alle
singolari visioni di Soldini, Avati e Brizzi, che nella loro
particolarità stabiliscono e interagiscono con il pubblico,
ma, se pensiamo alla committenza intesa come acquirente
forse il cinema americano può ancora insegnarci qualcosa.
Anche lì esistono i Woody Allen e i Spike Lee, i
Robin Williams e i Tom Cruise, ma al di là di questi
esempi esiste un cinema che non produce e vende per se
stesso, ma che all’interno delle regole del genere,
stabilisce un rapporto chiaro con lo spettatore realizzando
e vendendo esattamente quello che cerca. Un comico è un
comico, un thriller è un thriller, una commedia è una
commedia. L’acquirente compra un servizio: il suo patto
personale con la vita: per un’ora e mezza voglio vivere
una determinata emozione, chiara, dichiarata e realizzata su
misura. Si parla di crisi dei soggetti, crisi di
sceneggiatori, crisi di produzione… e se tutto fosse in
crisi perché abbiamo dimenticato quella che da sempre è la
regola dell’arte? Michelangelo è Michelangelo perché all’interno
di un genere artistico e richiesto da una committenza ha
potuto muovere liberamente il suo estro e il suo sentire
senza per questo proporre una sorta di diario privato delle
proprie emozioni ma mettendo la propria ingegnosità a
servizio della collettività.
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