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Cinema |
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Il
segreto della felicità, il sogno americano di un
Italiano |
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Sergio
Toffolo |
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l
segreto della felicità, diretto da Gabriele Muccino, ha
in sé tutte le potenzialità di uno scorcio storico in cui
la trama del racconto diventa il pretesto per inneggiare l’edonismo
reganiano che negli anni ’80 imperava in america. Nel
decennio preso a contesto, per il dipanarsi delle vicende
che investono Chris
Gadner (Will Smitt) e suo figlio Cristopher,
la parola chiave sembra essere “Tutto può cambiare se
una persona crede in se stessa”. I film prodotti in quegli
anni con l’icona dell’attore Michael J. Fox (Voglia di
vincere, 1985; Il segreto del mio successo, 1987) erano tutti indirizzati da un
obiettivo pedagogico atto ad instaurare il “risveglio
delle proprie potenzialità” al di là del lavoro di
squadra e della possibilità di creare con la collettività
progetti per la comunità globale o meno che sia. Idea
lontana questa dalla visuale europea che, sebbene porti in
sé anche una certa componente dell’uomo che con le sue
mani si costruisce, non nega il fatto che un singolo nulla
può fare se non aiutato e introdotto nell’ambiente in cui
le proprie potenzialità vengono sfruttare. Il Film risulta
un buon esercizio stilistico dove Muccino abbandona quello
stile veloce e convulso che contraddistingueva i suoi
precedenti film per ripiegare in un corretto ma impersonale
uso della telecamera più politicaly correct (forse in vista
di un primo passo verso una carriera americana?).
Tale scelta effettuata porta in se anche il rovescio
della medaglia del successo: se per l’america Muccino oggi
è un potenziale regista emergente, per l’Italia esso
rappresenta l’arte che supera le barriere culturali.
Gabriele Muccino è il regista che usa i registri
televisivo, cinematografico e pubblicitario con enorme
dimestichezza, è uno sceneggiatore che riesce a portare in
parole e successivamente in immagini il suo mondo interiore.
La sottile linea rossa che fa da identificazione e
congiunzione tra tutte le sue produzioni, da Come
te nessuno mai (1999), passando per L’ultimo
bacio (2001) e Ricordati di me (2003) sono il rapporto uomo
donna e l’attuale composizione dell’alchimia della
coppia: che sia di un’età adolescente (Come
te nessuno mai), giovani appena sposati (L’ultimo
bacio) o di una famiglia con venti anni di matrimonio (Ricordati di me) l’uomo sembra subire le inclinazioni dettate dall’emotività
della donna. Un rapporto con il femminile a metà tra il
misogino e una ricerca di piacere mista a paura di perdita
dove l’uomo vede sempre ridimensionata la sua parte
decisionale e reso macchietta, avulso dal proprio ruolo
sessuale, di donne sempre più madri e manager che decidono
il “qui e dove”. Ne Il
segreto della felicità il Muccino che in Italia
apprezziamo o meno stenta ad uscire: le strategie di regia
sono quelli di un perfetto scolaro e la sceneggiatura è
firmata Steve
Conrad (il racconto è tratto dalla
storia vera di Chris Gardner,
abile venditore lasciato dalla moglie a causa dello stile di
vita che poteva offrirgli lo stesso ritrovandosi suo
malgrado ad accettare un lavoro non retribuito nella
speranza di un’assunzione mentre si trova solo nel ruolo
di padre e madre allo stesso tempo con un figlio di cinque
anni). Un gran peccato perché, pur se nella storia in
rapporto uomo-donna già affrontato dal regista nei suoi
precedenti film qui appare da subito come motore immobile da
cui tutte le cose partono e in esso vi si scorge un
rovesciamento della figura maschile che risulta addirittura
a bastare a se stessa, l’impiego di strumenti stilistici
manualistici e non artistici, come il regista aveva abituato
gli acquirenti dei biglietti dei suoi film, rendono lento lo
svolgimento dei fatti e l’acutizzazione del cinismo che
permea tutto il prodotto. Sperando che questa sia stata solo
una prova per essere ammesso nell’Olimpo delle produzioni
hollywoodiane, nell’attesa che le riprese frenetiche e i
grandi movimenti di cinepresa ritornino ad essere strumento
per l’espressione del mondo interiore del regista, non si
può che non augurare al nostro compatriota una fortuna
anche in terre culturalmente diverse, ben sapendo che come
non si vendono i frigoriferi al polo nord, non si può
pretende di fare l’americano in terra america, ma semmai,
fieri dell’arte divergente che l’Italia forma, proporla,
come nel neo realismo, a tutto il mondo. |
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