Incontro
  Enrico Deaglio sviscera i segreti del giornalismo
  Roberto Conti
  Quando si conosce a fondo un argomento, si scopre che la televisione, se lo tratta, è perlomeno approssimativa. Una delle rare eccezioni è rappresentata dalle inchieste di Enrico Deaglio che recentemente ha incontrato, con il collega Beppe Cremagnani, gli studenti della facoltà di Lettere e Filosofia di Vercelli per raccontare la propria pluriennale esperienza nel campo giornalistico.
Alla fine degli anni '80 Deaglio ha cominciato a lavorare come giornalista televisivo a Mixer, seguendo alcune inchieste sulla mafia in Sicilia, su Giorgio Perlasca e sulla guerra Usa-Iraq. Nel '93-'94 curò l'ultima edizione di Milano-Italia. Dal '99 ha condotto programmi per Rai Tre; la sua ultima fatica L'elmo di Scipio resta uno degli ultimi baluardi del giornalismo d'inchiesta.
Nell'ambito della carta stampata il suo successo non è certo minore: dirige Il Diario della Settimana a cui la Maison de la presse ha recentemente assegnato il premio come "miglior giornale del mondo" e scrive su La Stampa e L'Unità.
Una buona inchiesta televisiva, spiega Deaglio, nasce dalla curiosità e dal voler approfondire un tema di cui spesso si sa poco. L'autore pertanto deve essere molto preparato sull'argomento e conciliare l'obiettivo didattico con il variegato pubblico televisivo e con i limiti imposti dal mezzo, i tempi e soprattutto la necessità di una buona audience vero motore dell'economia di settore.
Le inchieste degli ultimi anni sono molto diverse da quelle realizzate nel Dopoguerra da Soldati e Pasolini, non tanto per le tematiche, ma per l'importanza che il pubblico ha assunto nell'economia televisiva; l'inchiesta ha conquistato nuovi spazi, come quello della Domenica sera (si pensi a I ragazzi del '99 condotta nel '99 proprio da Deaglio) e si è evoluta in nuove formule affiancando ai tradizionali reportage e alle interviste un massiccio ricorso al dibattito, oppure a un taglio cinematografico per accendere l'interesse dello spettatore, ne è un esempio il documentario Bowling from Columbine realizzato da Micheal Moore, che tenta di mettere a fuoco i fattori che spingono la società americana a ritirarsi nella violenza.
L'avvento di nuove tecnologie digitali ha semplificato molto il lavoro del giornalista che può realizzare più velocemente, e con meno risorse finanziarie, un' inchiesta che in passato avrebbe richiesto mesi. Il G8 di Genova, sottolinea Deaglio supportato dal collega Cremagnani, è stato quasi un evento storico se si considera la quantità e la rapidità di circolazione di documenti audiovisivi che ha in parte offuscato la figura del giornalista investigativo tipica del passato.
Le domande degli studenti hanno posto poi l'accento su questioni spinose legate alla "censura" nelle inchieste e ai problemi di etica nella professione giornalistica contribuendo a trasformare l'incontro in una sorta di dibattito a cui Deaglio non si è sottratto toccando anche gli aspetti più concreti e spesso volutamente nascosti della professione.
In molti casi, spiega Cremagnani, l'inchiesta viene accusata di essere "di parte", ma avendo il compito di fornire chiavi di lettura o approfondimenti è normale che essa si plasmi sulla figura dell'autore, che può scegliere di apparire più o meno direttamente. L'aspetto più inquietante appare la cancellazione di programmi ritenuti "scomodi" o che non raggiungono gli obiettivi di ascolto prefissati, queste forme di "censura" contrastano fortemente con la libertà di pensiero, parola e stampa sancita dall'Art. 21 della costituzione.
Ultimamente ci si lamenta molto della scarsa qualità dei programmi della televisione italiana, ma a cercarle le cose buone in tv si trovano, davvero.

Questo articolo ha vinto il concorso giornalistico "La Stampa Vercelli 2003" organizzato nell'ambito del corso di Storia e tecniche del giornalismo radiotelevisivo dall'Università "Avogadro".

 
 
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