Bob Dylan
L'importanza di non tradurre baby
Roberto Conti
Bob Dylan sarà in concerto in Italia a giugno, la notizia è ormai data per certa: Dylan dovrebbe cantare il prossimo 16 giugno al Lazzaretto di Bergamo, in apertura del Summer Sound Festival, nei giorni successivi, secondo indiscrezioni, sarà anche a Trento e a Firenze. Nell’arco di qualche giorno dovrebbero partire la prevendita dei biglietti per partecipare all'appuntamento con il grande cantautore americano. Nel frattempo, dopo il film sulla vita del rocker dello scorso autunno, è in uscita una raccolta dei migliori saggi americani non ancora tradotti in italiano, un libro prezioso per tutti gli appassionati, del quale vi anticipiamo un estratto del saggio del traduttore ufficiale, Carrera, sulla traduzione delle canzoni di Dylan e sull'importanza di non trasporre in italiano la parola baby. Sembra che Dylan scriva in inglese, ma non è proprio così. Scrive in una lingua che in parte si è inventato lui stesso, basata su un uso massiccio di espressioni rare, gergali, setto­riali o desuete, sulle quali vengono esercitate continue pressioni sintattiche e se­mantiche.
 

Questo è un estratto del saggio di Alessandro Carrera raccolto in Parole nel vento (Interlinea)

La prima decisione che dovevo prendere riguar­dava le numerose allocuzioni affettive come baby, mama, daddy, honey, love. Ho scartato subito ogni variante di "bambina», "bimba", "dolcezza, «cara" o "te­soro" (a queste ultime due ho riservato solo un contesto ironico). In inglese si tratta di termini che non hanno età, non richiamano nessuna classe sociale e a volte non hanno nemmeno sesso, ma in italiano appartengono alla lingua della piccola borghesia o al lessico fortemente codificato del libretto d'opera del pri­mo Novecento e della canzone di consumo. «Bimba dagli occhi pieni di malia» si ascolta nella Madama Butterfly ma, siccome il personaggio che canta è un americano, e il libretto è ricavato da un testo teatrale scritto in inglese, non è detto che non sia una traduzione di baby. «Ciao, ciao, bambina, un bacio anco­ra» è stato il tentativo di Dino Verde e Domenico Modugno, in Piove, di tra­durre «Bye, bye, baby». Nonostante il successo del brano, però, l'espressione non ha avuto presa. In effetti non era del tutto nuova; gli italiani avevano anco­ra nelle orecchie alcuni versi di canzoni degli anni trenta come «Bambina inna­morata, stanotte ti ho sognata».

 "Tesoro", "cara" e "dolcezza», poi, se non sono ironici (come in "cara mia") sono orribili, sanno di sceneggiato televisivo mal tradotto. "Amore" va usato con molta parsimonia, perché in inglese uno può dire indifferentemente che ama Dio, ama il suo cane o ama la crostata di mele di sua zia, ma in italiano bi­sogna andarci piano con un "amore" che, per una ragione o per l'altra, ha un maggiore peso semantico (meglio "amore mio"). La lingua di Dylan, poi, non è quella della piccola borghesia americana. È una lingua composita che attinge dalla poesia romantica e simbolista così come dal linguaggio formalizzato e in­sieme estremamente idiosincratico dei blues e delle folk ballads. Per rendere un simile impasto è necessario tener presente uno strato profondo della lingua, popolare e colto insieme, anche se è raro poterlo usare direttamente. Per mie ra­gioni geografiche a volte sento un equivalente linguistico dylaniano, popolare e magari anche populista, nelle canzoni milanesi di Enzo Jannacci e Nanni Svam­pa, o nei testi più argutamente rétro di Paolo Conte. Ma anche vari canti meri­dionali adattati da Giovanna Marini o la canzone napoletana classica potrebbe­ro fornire nutrimento a un possibile italiano parallelo e dylaniano, se non fosse che la distanza tra l'italiano standard e i suoi dialetti è troppo molteplice perché un ipotetico Bob Dylan italiano sia in grado di rifondere il crogiolo delle lingue italiche in un'unica esperienza artistica nazional‑popolare. Del resto, il livello popolare non è sufficiente per tradurre Dylan. Come si vedrà tra poco, per scendere nel cuore della sua lingua abbiamo bisogno di Paolo Conte ma anche di Petrarca, di Sergio Tofano ma anche di Mario Luzi.

Torniamo a baby. Una corrispondenza quasi perfetta si avrebbe con le espressioni napoletane nenna o nennella, purtroppo inutilizzabili perché troppo localizzate. "Ragazza mia" si può usare se il tono non è troppo dolce. Quanto al maschile, “ragazzi” sa di oratorio e di trasmissioni per giovani alla radio negli anni sessanta, ed è quasi sempre meglio tradurlo con “amici” o “amici miei”. In definitiva, per trovare l'equivalente di “baby" mi sono letto tutto il Canzoniere italiano curato da Pier Paolo Pasolini nonché la raccolta dei Canti popolari ita­liani curata da Roberto Leydi. L'unico possibile, comune a tutti i dialetti e a tut­te le regioni, è “bella" o “bella mia". Ma anche “bella" non va inflazionato. Dy­lan canta, ha bisogno di riempire il verso e a questo scopo baby va sempre bene. Ma una volta che il suo testo viene letto, e letto in un'altra lingua, di simili riempitivi non c'è bisogno. Sulla pagina danno solo fastidio. Da qui la decisio­ne di compiere un massacro degli innocenti e di eliminare quanti più babies possibile. Ho lasciato “bella”, “bella mia” o “ragazza mia” solo quando il verso e il senso lo richiedevano. Non l'ho usata neanche una volta in canzoni piene di habies come It Ain't Me, Babe o Baby, Stop Crying. Ho lasciato l'espressione in inglese, invece, quando aveva un effetto fonetico che non si poteva alterare, co­me in It's All Over Now, Baby Blue o in Sugar Baby, perché l'espressione baby blue non si può tradurre con “bambina triste” o “bambina blu”. Può avere il senso, se si vuole, di “perla dei miei occhi”, ma in realtà non vuol dire niente di preciso, è semplicemente un effetto della tavolozza fonetica dell'inglese.

 
Cercare di tradurla sarebbe come voler rendere in un'altra lingua "c'era una volta un bambino piccino picciò". E una sugar baby può essere tutt'altro che una "zuccherina".
Certo, qualcosa nel passaggio si perde. Data l'ambiguità di babe, It Ain't Me, Babe è una canzone rivolta da un uomo a una donna solo perché la canta Dylan. In realtà può anche essere indirizzata da una donna a un uomo (così infatti, senza cambiare una virgola, la cantaJoan Baez, e sempre senza una modifica la cantavano assieme Johnny Cash e June Carter). Per lasciare la stessa ambiguità in italiano avrei però dovuto concludere ogni strofa con un verso che non mi piaceva. Invece di "l'uomo che cerchi tu non sono io" avrei dovuto dire «chi cerchi tu non sono io" con un effetto di chiusura troppo brusco e con due "chi" dal suono troppo secco. Pazienza per l'ambiguità.

 

 

 
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