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Successe che,
più o meno tre mesi fa, la chiamai: avevo le gambe che
tremavano più di quella volta là al concerto della scuola,
e sudavo gelido. Mentre ascoltavo il tu... tu... tu... del
telefono, arriva la sua voce: stanca e lucida e profonda.
All'inizio mi mandò educatamente affanculo perché stava
dormendo (erano le due e mezza). Poi la richiamai verso sera
e le spiegai che volevo intervistarla; sulle prime era un
po' restia, diceva che era stanca, che anche lei doveva
lavorare, che non voleva essere disturbata, che aveva 86
anni e anche lei doveva campare in qualche maniera...poi,
sentendo la mia voce, mi chiese quanti anni avevo, io le
dissi la mia età e...oplà...cambiò tutto. Si comportò
quasi da nonna, mi chiamava "Caro", poi mi disse
una cosa strana: "Pensa quanto tempo hai ancora per
sbagliare...", mi incoraggiò dicendo che
quell'intervista sarebbe stata molto meglio di quella
pubblicata qualche giorno prima su Repubblica. Io mi
ero preparato una sfilza di domande che non finiva
più...gliene lessi solo una di quelle, perché poi
chiacchierammo per un'ora intera.
E mi raccontò tutto, da quando era piccola, ragazza, e via
discorrendo, dei suoi amici americani, tutti gli scrittori e
poeti e via dicendo. Avrei voluto chiederle più cose ma non
ci riuscivo perché continuavamo a parlare e faticavo a
stare dietro alle sue parole perché stavo scrivendo a mano.
Poi abbiamo parlato di attualità, siamo arrivati al
discorso di un ragazzo americano di diciassette anni che ha
scritto un libro, Nick McDonnell (il libro si chiama Twelve),
lei lo ha conosciuto e ha scritto anche la presentazione di
copertina. Io lo conoscevo sto tizio, e le ho detto
(testuali parole...): "Grazie al cazzo, lui però aveva
entrambi i genitori scrittori, non ha avuto problemi per
farsi pubblicare". Lei si è messa a ridere e io ho
continuato: "Noi mortali invece come facciamo?"
Lei infatti ha risposto che al giorno d'oggi, se non hai
delle conoscenze, è impossibile che ti pubblichino un
libro. E così le ho spiegato la mia passione per la
scrittura, il mio sogno nel cassetto, e lei cosa mi ha
detto?..."Io l'ho capito subito che sei un ragazzo
molto intelligente, Luca, l'ho capito dalle prime domande
che mi hai fatto, perché hai dimostrato di conoscere molto
bene l'argomento...una cosa molto rara per un ragazzino,
anche da quello che ci siamo detti al di fuori
dell'argomento "beat generation..." E allora
scrivi questo cazzo di libro! Fai il romanzo generazionale,
maledizione! che in Italia mancano i giovani scrittori.
Scrivi quello che vedi, però, non dare giudizi, non
criticare, perché poi diventi un prete, un moralista! Fai
che siano gli altri a formulare giudizi in base a quello che
hai scritto…
Oggi è fondamentale, perché gli editori non hanno capito
che non si può sempre scrivere come il Manzoni, bisogna
evolversi.
So che ce la puoi fare, non mi permetterei mai di darti
questi consigli se no. E poi, il giorno in cui lo scriverai,
lo dedicherai a questa povera vecchietta...e mi porterai
fuori a cena..."
Piangevo più di quella volta che ho ascoltato l'assolo di
armonica di The River sotto la pioggia di S. Siro. E
così, da quel giorno, non faccio altro che pensare a quella
conversazione. Tutto il giorno, la mattina quando mi
sveglio, il pomeriggio quando studio, quando mangio, e
soprattutto la notte, quando mi è concesso più spazio per
sognare.
Luca Ottolenghi © Asap webzine, 2004
A room of one's own: a colloquio con
Fernanda Pivano
Partiamo dall'inizio. Tutti, penso, da
ragazzi hanno un sogno nel cassetto. Il suo era diventare
traduttrice?
No, non esattamente. Mi piaceva scrivere, ma mai poesie. Mi
piaceva raccontare ciò che vedevo. A nove anni ho scritto
il mio primo romanzo. Ma alla maturità mi avevano bocciato
al tema di italiano, me e il mio compagno Primo Levi. Fu
allora che decisi di bruciare il romanzo che scrissi da
bambina.
Beh, non avevano visto molto giusto i professori.
Già (ride) ma sai, ti parlo di settant'anni fa. Oggi molte
cose sono cambiate, per fortuna.
Invece come si avvicinò al mestiere di traduttrice?
Sai, ai tempi non sapevo nemmeno che esistesse la
professione di traduttrice. Era una cosa del tutto nuova.
Comunque, nacque tutto da Cesare Pavese, che era stato per
un periodo anche mio professore a Torino, poi lo spedirono
al confino, lo ammanettarono durante una lezione, in classe,
davanti ai miei occhi… comunque, fu lui, in seguito, a
mettermi in mano per la prima volta l'Antologia di Spoon
River. Mi stavo laureando, e stavo lavorando a una tesi
sullo scrittore inglese Percy Bysshe Shelley. Lui mi disse
di provare con un autore americano ma io non riuscivo a
cogliere le differenza tra le due letterature, glielo
confessai, la cosa lo divertì particolarmente e mi diede
del materiale statunitense, tra cui Whitman, Hemingway e
l'Antologia di E. Lee Masters. Inoltre mi consigliò di fare
la tesi di laurea su Moby Dick di Melville. Cosa che poi
feci.
Fu in quel momento che tradusse l'Antologia?
Successe che mi innamorai di quelle poesie, della loro
rivoluzionaria tenerezza, e presi subito a tradurle per
conto mio, senza nessuna aspirazione professionale.
Custodivo i fogli segretamente in un cassetto, non so come
ma Pavese trovò il manoscritto, e mi disse sorridendo:
"Allora hai capito che differenza c'è!" Lo portò
all'Einaudi e fu pubblicato subito.
Come ha accolto, molto tempo dopo, la trasposizione
musicale dell'Antologia nel disco Non al denaro non
all'amore né al cielo di Fabrizio De Andrè?
Ero molto, molto commossa. Io e Fabrizio eravamo molto
amici. Mi chiese se ero disposta ad accompagnarlo in
quell'avventura in sala registrazione. Ne fui entusiasta.
Quell'album l'avevamo fatto insieme.
Mi ricordo di aver visto un video in cui lei consegna un
premio a De Andrè, e lo consacra miglior poeta italiano
contemporaneo…
E ne sono fermamente convinta tutt'ora. Non abbiamo molti
poeti e scrittori contemporanei, Fabrizio l'aveva forgiata,
la poesia. E poi aveva quella voce così profonda e magica…La
sua era la voce degli angeli. Era ineguagliabile. E non mi
stancherò mai di affermare che lui non era il Bob Dylan
italiano, come molti sostengono, era Bob Dylan a essere il
De Andrè americano.
Concordo pienamente, con tutto. A proposito di America,
come si è avvicinata alla cultura americana e agli
scrittori beat?
Dovetti aspettare prima di compiere il mio primo viaggio
negli Stati Uniti. Il passato antifascista di mio padre
aveva creato qualche sospetto nelle autorità americane, e
ci misero un po' a darmi il visto.
Mi accostai a loro soprattutto grazie a William Carlos
Williams, che incontrai a Portorico. Era il 1956, e stava
lavorando all'introduzione di un libro di poesia di un
ragazzo che prometteva bene: Allen Ginsberg.
Lui si che aveva visto giusto…
Sì, ma non era ancora Urlo. Quello uscì in seguito. Si
trattava, se non ricordo male, di Empty Mirror. Da lì in
poi conobbi tutti gli altri ragazzi americani.
Mi racconti…com'erano?
Oh, è stato il periodo più bello della mia vita. Erano dei
geni assoluti, anche se i critici, spesso e volentieri, li
stroncavano.
Posso immaginare…
Eh, ma…quella era l'America di McCarthy, della caccia alle
streghe. Loro erano i primi a parlare in maniera così
schietta di libertà. Erano tutti anti-fascisti, come me,
instaurammo subito uno splendido rapporto d' amicizia. Come
mi divertivo con loro! Mi stupivano sempre; erano veramente
persone brillanti. Sognavano di ribaltare il mondo,quello
che a loro stava troppo stretto. E Allo stesso modo avevano
ribaltato anche la scrittura.
Qui entra in gioco il be bop, l' improvvisazione, se non
sbaglio.
Certo, Kerouac aveva rotto con i canoni classici, s'
illudeva di mettere in prosa il be bop di Charlie Parker,
questo soprattutto ne I sotterranei: romanzo precedente a On
the road.
Si conoscevano Jack Kerouac e Charlie Parker?
Si, erano molto amici. Entrambi grandissimi artisti. La cosa
che mi dispiace di più di Charlie Parker è che non
possiamo trovare molti dischi, in quanto imperversava la
guerra, e il materiale impiegato per i vinili era di impiego
bellico. Un vero peccato. "Bird" era il poeta
dell' improvvisazione … Poveretto, finì male … era
così giovane.
Gli scrittori beat facevano uso di droga, vero?
Si, ma non confondiamo con le schifezze che assumono oggi
molti ragazzi. Loro erano più che altro sperimentatori.
Sognavano una sorta di droga telematica che gli permettesse
la comunicazione dei pensieri, più che altro droghe di
origine sudamericana. Alcuni scrissero trattati su questi
esperimenti. Scienziati o no, Burroughs è stato invitato
all'Università di Harvard come consulente del Center for
Research in Personality, Ginsberg è stato uno dei relatori
ufficiali di un ambulatorio medico. Svolgevano indagini sul
peyote e sui costumi rituali degli indiani Mazatec della
foresta messicane di Oaxaca.
Le loro droghe non davano assuefazione. Un giorno Ginsberg
mi disse: "Trattano i tossicomani come i nazisti
trattavano gli ebrei" e mi spiegò che la marijuana è
molto meno dannosa del whisky. Ed è considerata illecita.
Sia chiaro che non voglio assumere le difese di nessun tipo
di stupefacente, proprio io, che ho sempre sopportato a
fatica anche le pillole per il mal di testa.
In cosa si distinguevano, secondo lei?
Beh, il genio era sicuramente Kerouac: è stato lui il
fondatore. Gregory Corso invece era il poeta per eccellenza.
Credevo fosse Ginsberg…
Non metto di certo in dubbio le sue superbe doti poetiche,
ma più che altro era grande nelle "relazioni
pubbliche", il coordinatore di tutto, senza di lui non
sapremmo neanche chi sono. Poi c'era Neal Cassady (ride) era
il più matto, prendeva in giro tutti, mi divertivo un mondo
quando c' era anche lui. Era il loro modello, aveva un
fascino irresistibile, non per niente era il co-protagonista
di On the road (Dean Moriarty) ma erano tutti dei bravi
ragazzi…
Nell'intervista uscita su Repubblica lei ha affermato che
Ferlinghetti era solo un mercante…
Si, e lo confermo, tra le sue poesie e quelle degli altri
c'era una differenza abissale. La sua vita era più che
altro nella casa editrice, la City Lights.
Facciamo un salto indietro, Hemingway come lo conobbe? Mi
ricordo che lei disse, in un'intervista, che le sue parole
erano come "stelle cadute dal cielo".
Bla bla bla…(ride) come sono brava vero? (ride
nuovamente). Comunque, lo conobbi grazie all' incarico
che avevo avuto da Einaudi di tradurre Addio alle armi. Era
un libro proibito per i nazi-fascisti, ma io lo tradussi lo
stesso, rischiai di finire ad Auschwitz, ma per fortuna non
accadde. A guerra finita uscì il libro e da lì nacque la
nostra stupenda amicizia.
Mi sono sempre chiesto cosa pensasse Hemingway degli
scrittori beat.
Lui non li approvava, il loro era un modo diverso di
concepire l' anti-fascismo. L'incomprensione era reciproca.
Tieni conto del fatto che avevano vent' anni di differenza,
praticamente due generazioni differenti.
Una curiosità: com' era Bukowski? So che eravate amici.
Oh beh, era un grandissimo scrittore, ma completamente
diverso da tutti gli altri. Completamente anarchico, più
espressionista nel vedere il mondo: aveva "orrore della
realtà", la sognava e la scriveva. Diceva anche che
nei suoi racconti ci metteva sempre un po' di sesso solo per
venderli… ed era vero! Comunque era adorabile, ogni volta
che ci incontravamo mi faceva il baciamano e mi regalava un
mazzo di rose.
Non l'avrei mai detto.
E invece era un vero cavaliere.
E ora? Cosa è rimasto della "letteratura dei sogni
"?
A mio avviso, l'unica autrice che ha portato avanti i loro
ideali, è Patti Smith. Una donna che io stimo molto, ha
saputo fronteggiare problemi personali gravissimi con grinta
e forza. Inoltre è una straordinaria poetessa, con la
"p" maiuscola. Un romanzo che ho gradito molto e
ha cercato di proseguire sulla scia dei beat, è Le Mille
Luci di New York [di Jay McInerney, N.d.R.], un libro che ci
parla di libertà, ma ha anche dovuto rompere quella
leggenda della droga che ancora oggi li perseguita.
Un' ultima domanda, che cosa le hanno insegnato questi
romanzi e tutti i suoi amici americani?
Il bene più prezioso che abbiamo, che io ho visto vacillare
piano piano fino a scomparire del tutto. La libertà,
ragazzo mio, la libertà. |