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Non
è certo un artista 'emergente’ Duncan Patterson,
musicista inglese (di Liverpool) trapiantato in Irlanda, e
noto ai più per essere stato lo storico bassista dei
primi Anathema (band con la quale ha collaborato fino ad
Alternative 4, uscito nel 1998), e poi co-fondatore degli
Antimatter gruppo sperimentale autore di un paio di dischi
in bilico tra rock d’avanguardia e musica
atmosferica... Ora Duncan torna a far parlare di sé
sotto una luce completamente nuova con questo nuovo cd (e
nuovissimo progetto a nome ‘Ion’), con ogni probabilità
il progetto più ambizioso che il musicista inglese abbia
mai partorito. Uscito per la portoghese Equilibrium Music lo
scorso dicembre, Madre Protegenòs è infatti un
disco che segna un nuovo e personalissimo percorso musicale
nella carriera musicale di Patterson; un cd molto intimista
e completamente acustico dove al suono della sua chitarra si
sommano quelli di una infinità di altri strumenti ad arco e
fiati (flauti, arpa, clarinetti e percussioni varie), con
vocals quasi esclusivamente femminili (e quasi tutti
appannaggio della bravissima cantante russa Emily Saanen).
Numerosi e di diversa nazionalità (tra di loro anche l’italiana
Valentina Buroni) i musicisti che si alternano al fianco
dell’ex Anathema lungo i 9 brani del cd; dall’iniziale
title-track (brano lentissimo ed evocativo, quasi doom nelle
atmosfere, caratterizzato da un lento arpeggio di chitarra e
da varie voci che, alternandosi, declamano in varie lingue
il titolo del brano) alla bellissima Learpholl in cui
si respira aria di folk popolare irlandese, per proseguire
con l’algida Believe e la ballad per solo voce –
con accompagnamento in sottofondo – di Goodbye Johnny
dear (canzone della tradizione popolare irlandese, in
cui i richiami al folk di cui sopra sono quanto mai evidenti
e qui interpretata, magistralmente, dalla soave Emily
Saaenen), ‘Madre, protegenòs’ si rivela un
ascolto altamente emozionante ed intenso, a dispetto delle
musica il più delle volte soffusa, quasi sussurrata. A
guardar bene in effetti, gli unici legami con il passato
musicale del nostro si possono riscontrare nel titolo del
quarto brano, Anathema maranatha, ma è davvero lo spazio di
un attimo. Nell'insieme un disco ottimamente prodotto (e
suonato) e che risulta sicuramente accattivante, anche se
magari non molto vario; un mix di suoni, influenze e,
perché no, anche culture musicali differenti che convivono
dando luogo ad un autentico pout-pourrì sonoro di sicuro
valore ed interesse, in grado di farsi largo anche al di
fuori della ristretta cerchia della cosiddetta ‘world
music’. |