| |
I Julie's Haircut
sono una delle più interessanti indie rock band italiane
emerse negli ultimi anni. Capaci di mettere insieme il
feeling di gruppi alternativi americani come Flaming Lips e
Pavement con una conoscenza effettiva del rock e di come si
fa una buona canzone. Prima nella scuderia di Gamma Pop (con
"Fever In The Funk House",1998 e "Stars Never
Looked So Bright", 2000), hanno inciso per la Homesleep
il terzo album "Adult Situations" (2003), che ha
ricevuto critiche lusinghiere anche da riviste estere.
L'intervista risale all'estate del 2001, appena dopo averli
scoperti in un concerto a Castano Primo (casa mia). È stata
nei cassetti un bel po' in attesa che facessimo il sito,
assieme a complementi che poi credo di avere perso. L'ultimo
disco allora era Stars Never Looked So Bright. L'ho lasciata
integralmente com'è anche se avrei dovuto forse tagliare
alcune cose. A dispetto delle domande, spesso pedanti e
troppo lunghe - mi scuso sia con gli intervistati che con i
lettori - Luca G (Luca Giovanardi) e Nicola (Nicola Caleffi),
i due cantanti-chitarristi del gruppo emiliano, hanno dato
risposte intelligenti e interessanti delle quali va dato
loro atto (grazie, ragazzi). Dimostrandosi, in questo,
persone di spirito e ricche di passione per quello che
fanno. Nonostante chi li intervistasse non fosse
all'altezza.
I due primi album stanno per essere ristampati. I Julie's
Haircut sono anche passati da Bologna all'Independent Days.
Nell'occasione l'intenzione dei nostri era di prendere per
la gola i Sonic Youth offrendo ai newyorchesi prelibati
prodotti gastronomici della loro terra (pare che l'aceto
balsamico di Luca Lumaca, il regista dei clip dei Julie's,
sia irresistibile). Buona lettura.
La musica
Inizio con una premessa, spero non troppo
lunga. Ho individuato nel vostro lavoro un interscambio
continuo tra passato e presente. Voglio dire, quello che mi
è piaciuto subito, sentendovi suonare dal vivo per la prima
volta - oltre, logicamente, alle canzoni - è stato il fatto
che voi, pur avendo dei legami fortissimi con la tradizione
rock e pop, non vi limitiate ad un recupero filologico di
certe sonorità, in altre parole non suonate rock "alla
maniera di X" o "alla maniera degli anni Y",
ma suonate Rock (and roll), punto e basta. Mi avete fatto
tornare alla mente un saggio di T. S. Eliot che ho letto
l'anno scorso, "Tradizione e talento individuale".
Secondo Eliot la tradizione (lui si riferisce alla poesia,
ma le sue riflessioni possono essere applicate all'intero
campo delle arti) non è un patrimonio che si può ereditare
facilmente, ma va conquistata con fatica per mezzo
dell'acquisizione del senso storico, cioè dell'essere
consapevoli che il passato non solo è passato, ma anche
presente, e che tutte le opere del passato compongono un
ordine ideale simultaneo che si modifica del tutto, anche se
di poco, ogni qualvolta vi sia introdotta un'opera d'arte
veramente nuova. Questo attesta la coerenza tra antico e
nuovo: se la nuova opera fosse soltanto conforme a quella
del passato, essa non sarebbe neppure conforme, poiché non
sarebbe nuova e quindi nemmeno opera d'arte ecc. ecc. ecc. Domanda
retorica: anche per voi il passato è qualcosa di sempre
vivo, attuale, presente? Una vostra frase ricorrente è
"la tradizione è rivoluzionaria". Cosa mi potete
dire, al riguardo?
Nicola: Credo sia fondamentale, in ogni approccio creativo,
tenere ben presente il fatto che c'è una tradizione alle
nostre spalle che ci ha "formati". Questo è un
aspetto che non tutti hanno chiarito a se stessi in modo
cosciente, ma di cui ognuno di noi, in modo del tutto
singolare, ha fatto esperienza. I dischi che abbiamo
ascoltato, i libri letti, le persone incontrate, le cose
dette e quelle non dette: tutto ciò ha formato una nostra
precisa personalità e in modo più o meno diretto si
rispecchia anche in quello che "produciamo".
Cerco di spiegarmi meglio. Molte vostre scelte estetiche
e iconografiche, dalla strumentazione, che indicate con
molta precisione, ai soggetti delle copertine (il ritratto
di Angela Davis di Felix Beltràn, "Tuttestelle"
di Mario Schifano), pur richiamando il passato, la
"Tradizione", non suonano come qualcosa di
archeologico, solo per il gusto della citazione, ma di
fresco, vivo e attuale, come dicevo: ho l'impressione che
vogliano ricreare una particolare atmosfera, la stessa che
credo voi respiriate quando ascoltate e fate musica, ma in
modo più sottile e allusivo che esplicito. E' così?
Nicola: Credo che molto sia dovuto al fatto che, come già
detto, ognuno di noi compie delle esperienze di vita molto
variegate, fin dall'infanzia. Soprattutto le cose vissute da
bambini e da ragazzi sono fondamentali, rimangono dentro di
noi e ritornano sempre anche nella vita adulta. Detto
questo, il fatto di citare elementi da un passato che magari
non abbiamo neanche vissuto direttamente (gli anni '60) è
un risultato di questo processo mentale e vitale, che viene
rivissuto e rielaborato in modo consapevole, ma non come
"progetto" estetico strutturato. Citare la pop art
degli anni '60, ad esempio, è un modo per ribadire i legami
psichici e sentimentali con un certo approccio 'visionario'
al mondo, non certo una scelta legata al revival del lounge
o del vintage…
Un esempio di ciò è il fatto che abbiate chiamato il
vostro primo album "Fever in the Funk House",
sostenendo che esso non era certo funk nel senso letterale
del termine, ma nello spirito. Cos'è per voi lo
"spirito del funk"? Ha a che fare con il sesso,
come la musica cui si riferisce? Ce n'è uno anche nel rock?
Se sì, in che cosa sentite che si differenziano? Che cosa
hanno invece in comune?
Nicola: Il titolo è una citazione da un brano dei Rolling
Stones da "Exile on Main Street". E' una specie di
omaggio a un modo istintivo e corporale di
"sentire" la musica, una sorta di rivendicazione
di un approccio sensuale e pre-informatizzato che oggi non
è più molto in voga se non in proposte come quelle di
gruppi come Make-Up e Old Time Relijun. E' qualcosa che non
è strettamente legato ad un genere musicale specifico, lo
si può ritrovare nel jazz, nel soul, nel rock e nel punk,
così come anche nella migliore letteratura…
Avete altre influenze extramusicali particolari oltre
alla pittura, per esempio il cinema? Vi ho letto citare
Scorsese quale fonte di ispirazione e in "Sweet
Me" c'è quel gioco di parole riguardo a Tarantino…
voi come la vedete?
Nicola: Il cinema è sicuramente una delle fonti di
ispirazione più importanti, ma non tanto per le citazioni.
Più che altro per il tentativo di costruire le canzoni, sia
dal punto di vista dei testi che delle ambientazioni sonore,
come se fossero dei piccoli film, non tanto con delle trame,
storie o personaggi ma come contenitori per delle scene, dei
"quadri" ambientali e umani che colpiscano
l'immaginazione. Da questo punto di vista un'altra
ispirazione importante viene da certi scrittori come De
Lillo o Pynchon, che riescono in poche righe a rendere
davvero "concreti" stati d'animo e pensieri.
Luca: Siamo tutti appassionati di cinema. Penso che certe
nostre canzoni nascano proprio in maggior misura da un
confronto con certi film visti piuttosto che con certe
canzoni ascoltate. Penso a pezzi come "Pass the Ashtray"
o "When Did it Start Going Wrong". Su di me hanno
questo effetto: ascoltandole evocano delle immagini, proprio
come se fossero fotogrammi di un film. Anche i testi di quel
genere di canzoni secondo me sono affreschi di scene, come
abbozzi di sceneggiatura. Come dice Nicola, non certo film
compiuti, ma scene evocative. Scorsese, Lynch, Cronenberg,
Kubrick credo che influenzino il nostro modo di scrivere
almeno quanto Lennon, McCartney, Richards o Townshend.
Io sono uno studente di Lettere specializzando in Storia
del Cinema irrecuperabilmente fissato per David Lynch, e
proprio questo mi ha fatto venire in mente qualcosa che
potrebbe fare al caso nostro. Lui ama citare gli anni '50
perché sono il periodo in cui è cresciuto, ma non solo.
Molto di film come "Velluto Blu" e "Cuore
Selvaggio" (l'uso delle canzoni di Roy Orbison o Elvis
Presley, per esempio) rimanda all'immaginario di quegli
anni, ma il tempo in cui si svolgono i suoi film è
indefinibile, fluttuante. Ho avvertito una simile
impressione proprio ascoltando il vostro ultimo album,
"Stars Never Looked So Bright" e, in generale, la
vostra musica, può appartenere, che so, ai '60 come a
qualsiasi altra epoca. C'è tutto, posso sentirci gli
Stooges ("Hot Pants") come i Sonic Youth ("Geza
X"), i Velvet Underground ("Everything is Alright")
come i Pavement ("Sextown"), assieme a un'anima
molto nera, nel senso di soul, ma anche psichedelica
("Love Session Nr.1"), senza che ciò m'impedisca
di rendermi conto che si tratta sempre e comunque dei
Julie's Haircut, perché ciò che viene fuori dal CD è la
vostra personalità, formatasi e maturata proprio grazie
agli ascolti fatti in passato, per cui anche l'approccio a
questi ultimi risulta spontaneo, soggettivo, vostro,
insomma. Che dite?
Nicola: L'idea di dare un suono "classico"
all'album c'era sin dall'inizio, era una scelta abbastanza
consapevole e per certi versi in contrasto con il suono di
"Fever", che per vari motivi, anche di budget e
tempo, appartiene più a un tipo di produzione indie rock.
Per quanto riguarda l'eterogeneità degli stili, è qualcosa
che ci viene spontaneo, un risultato del fatto che siamo in
cinque a comporre e arrangiare i pezzi… Il fatto che
quello che emerge alla fine è l'impronta della band non
può che farci piacere, significa che forse anche noi
abbiamo uno stile abbastanza definito e riconoscibile.
Parlo per esperienza personale, dato che mi accorgo ogni
giorno di più di quanto la mia visione del mondo sia stata
influenzata dalla musica: non pensate anche voi che chiunque
abbia un rapporto profondo con essa, anche solo da
ascoltatore appassionato, finisca per "essere"
anche un po' dei dischi che ha amato, che essi cioè
diventino una parte, più o meno piccola, di lui, o di lei,
e della sua sensibilità? E' chiaro che se poi si diventa
musicisti, quest'aspetto emergerà con un'evidenza ancora
maggiore.
Nicola: Sono d'accordo con te. Anche nel mio caso la musica
contribuisce in modo determinante a formare la mia
personalità giorno dopo giorno, è uno degli elementi
centrali della mia vita.
Luca: Sottoscrivo, ovviamente. Non credo che ci sbatteremmo
così tanto se non fosse sempre stato così. Per noi la
musica non è un "hobby", come si sente a volte
dire, è uno degli aspetti che tengono in piedi la nostra
vita. Per questo per me risulta a volte molto problematico
avere rapporti agevoli con persone per cui la musica non ha
un ruolo così centrale. La cosa mi rincresce, in certi
casi, ma mi rendo conto che non posso farci nulla, perché
l'amore viscerale per la musica è una delle parti più
determinanti della mia personalità, non si tratta di una
semplice passione. L'ascolto di determinate cose determina
per me stati d'animo e atteggiamenti da cui non posso
divincolarmi, fanno di me quello che sono, insieme a tanti
altri fattori, ovviamente.
Il vostro eclettismo è qualcosa di pensato o di più
istintivo e spontaneo?
Nicola: E' decisamente spontaneo, nel senso che non si
preclude alcuna scelta in un verso o nell'altro. E' chiaro
che il giorno che avremo in repertorio soltanto pezzi veloci
o ballate occorrerà fare qualche riflessione.
Qual è il vostro approccio di massima al lavoro in
studio (per ulteriori approfondimenti si potrà ricorrere
allo Studio Report presente sul vostro sito) e quanta e
quale importanza rivestono figure come il "Reverend"
Fabio Vecchi e Andrea Rovacchi? Trovate nel suono vintage e
analogico qualità particolari di cui invece apparecchiature
più moderne difettano?
Nicola: Il lavoro di studio è uno degli aspetti più
gratificanti e insieme frustranti della vita di un gruppo.
Occorre avere tanta pazienza, e cercare di combinare al
massimo le tue capacità di musicista con quanto ti offrono
le macchine, per riuscire ad avere un risultato che si
avvicini il più possibile al suono che hai in testa. Da
questo punto di vista uno degli aspetti più complicati è
ancora quello del missaggio. Devo comunque dire che sono
soddisfatto di (quasi) tutte le cose che abbiamo registrato
con Andrea. Preferiamo il suono analogico a quello digitale,
proprio per una questione di sonorità e "colori".
Però, a scanso di equivoci, anche noi usiamo Pro Tools
quando serve…
C'è qualche gruppo o musicista contemporaneo, in
qualsiasi ambito, con cui vi sentite particolarmente in
sintonia o che apprezzate in modo particolare?
Nicola: Decisamente i Flaming Lips, il gruppo che più di
tutti in questi quindici anni ha saputo rivoluzionare e
attualizzare, in modo davvero non revivalistico, il pop e la
psichedelia. Dopo loro gruppi come e musicisti come Primal
Scream, DJ Shadow, Queens of the Stone Age…
Il pubblico
Sapete essere molto versatili
mantenendo in ogni caso una vostra identità stilistica ed
espressiva. La cosa che apprezzo di più in un gruppo è che
sia il suo stile peculiare a identificarlo, più che il
cosiddetto "genere" di appartenenza. Dato che il
vostro stile è particolarmente composito, non trovate che
gruppi rock più completi ma difficilmente definibili, come
voi, siano sfavoriti rispetto a proposte più immediate e
facilmente etichettabili?
Nicola: Può essere. Sicuramente se suoni un genere
facilmente riconoscibile e codificato come lo ska, il punk o
il reggae hai più possibilità di farti sentire, per il
fatto che oggi il pubblico che segue il rock è abituato a
ragionare un po' a compartimenti stagni, e tende spesso ad
appiattirsi sullo stile o la "tendenza" del
momento, ha poca voglia di approfondire o cercare qualcosa
di più insolito. Ma non è che trent'anni fa le cose
fossero molto diverse: i Velvet dovevano combattere contro
un pubblico che seguiva la scena hippie, gli Stooges e i
Suicide avevano di fronte il folk-rock e il progressive
delle stazioni radio, e forse se nel '79 non suonavi punk,
wave o rock da stazione FM era difficile trovare ingaggi. E'
che allora c'era più spontaneità, più voglia di
partecipazione dal basso, l'industria non controllava
proprio del tutto i processi che legano un musicista al
pubblico…
Magari mi sbaglierò, ma ho abbastanza bene in mente ciò
che è successo a Castano Primo. Ho notato il vostro
imbarazzo per la reazione apatica del pubblico (che voi
avete anche tentato di coinvolgere, ma con scarsi
risultati), cioè di quegli stessi miei conterranei o
concittadini più o meno punk che preferivano pogare sulle
versioni accelerate de "Il triangolo" o "YMCA"
(non ho nulla contro i P.A.Y., anzi trovo che la loro sia
una provocazione intelligente: quanti dei suddetti
ammetterebbero di apprezzare Renato Zero o i Village
People?) piuttosto che prestare attenzione a una performance
più particolare come la vostra.
Recentemente avete aperto, tra gli altri, per i Marlene
Kuntz: quando vi esibite per platee diverse dalla vostra,
che tipo di riscontri registrate? C'è qualche episodio che
vi è capitato che vi ha colpito, nel bene o nel male? Un
movimento musicale indipendente che sia unito e compatto non
può e deve anche ampliare l'apertura mentale di chi ascolta
musica (Cosa ne pensate, a proposito, dell'idea del "Tora
Tora Festival")? Il vostro pubblico è abbastanza
eterogeneo o ha caratteristiche definite? Che rapporto avete
con chi vi segue?
Nicola: Suonare con gruppi come i Marlene ti permette di
esibirti davanti a platee molto più ampie delle solite, e
quindi ti dà la possibilità di arrivare anche a gente che
non ti conosce, o che magari aveva soltanto sentito parlare
del gruppo dai giornali. In genere la reazione è sempre
positiva, ed è particolarmente bello vedere qualcuno nelle
prime file che canta i pezzi. Il "Tora Tora"
poteva essere una buona idea, il problema è che alla fine
si è risolto nel festival della Mescal, i gruppi coinvolti
erano sempre gli stessi, non c'è stata una vera apertura
verso gruppi meno noti… comunque è stata una loro scelta
e non mi sento di criticarla. C'è un ottimo rapporto con
"il nostro pubblico", se vogliamo chiamarlo così:
sono ragazzi e ragazze molto vitali, quando ci contattano
per e.mail è sempre interessante conoscere le loro
opinioni.
La vostra scelta di cantare in inglese mi appare del
tutto sensata e consona al vostro stile musicale. In che
termini questo può rappresentare un vantaggio o uno
svantaggio? Il rischio non è proprio quello di essere, come
dicevo prima, troppo atipici, dei pesci fuor d'acqua un po'
dappertutto? Avete ragione a considerarvi orgogliosamente
"di nicchia", ma alla lunga, la cosa può anche
risultare un po' frustrante? Tra i possibili rimedi, oltre
al mutuo sostegno tra gruppi (anche se una "scena"
può essere un'altra delle etichette di cui parlavamo
poc'anzi) con esempi come la SUB (a cui credo terrete
particolarmente), c'è senz'altro il rivolgervi all'estero.
Avete fatto ulteriori tentativi in questo senso, con case
discografiche straniere? Io non vi ritengo per niente
inferiori a tante proposte che arrivano dal panorama
anglosassone.
Nicola: Qualcosa sembra si stia muovendo, anche se per
il momento non c'è nulla di concreto. Farsi conoscere
all'estero sarebbe sicuramente una possibilità in più
rispetto al nostro mercato, che ormai mi sembra più che
saturo. Una precisazione: noi non ci definiamo "di
nicchia", è la situazione reale che ci costringe ad
esserlo.
Avete progetti per suonare ancora fuori dall'Italia? Dove
avete suonato, oltre alla Croazia, e come vi hanno accolti?
Dove suonerete nei prossimi mesi?
Nicola: La Croazia è stata l'unica vera esperienza estera,
per il resto abbiamo suonato un po' in tutta Italia isole
comprese. Le esperienze al sud, in Sicilia e in Sardegna
sono tra quelle che ricordiamo con più affetto, ma anche
concerti molto intensi e un pubblico molto caloroso in paesi
di provincia del Nord. Nei prossimi mesi suoneremo
soprattutto nel centro nord, prima di prenderci una pausa
per iniziare a pensare al nuovo disco.
Luca mi ha detto che sono pochi gli esempi di uso
credibile dell'italiano in un contesto rock, e tutti
abbastanza distanti da quello che voi fate. Volevo chiedervi
a chi si poteva riferire e in che cosa sentite che costoro
si differenziano da voi.
Nicola: Soprattutto gli Afterhours e i Massimo Volume. La
differenza sostanziale è nell'uso del cantato, che Agnelli
mi sembra riesca a conciliare molto bene con la struttura
"rock" dei pezzi, mentre un gruppo come il nostro
è molto più legato, ovviamente, a stili angloamericani. Ho
amato molto anche l'album "Conflitto" degli
Assalti Frontali.
L'ispirazione
Adesso le domande filosofiche. Dato che
stiamo vagliando la possibilità di occuparci
approfonditamente di questo tema, volevamo chiedervi:
secondo voi la musica viene dal dolore (o dallo "star
male" essere arrabbiati o altro) o si può scrivere
musica anche se si è del tutto contenti di sé e della
propria vita?
Nicola: Non credo esista una condizione privilegiata per
scrivere buona musica. E' vero che molti dei dischi che
preferisco sono nati da situazioni esistenziali difficili se
non disperate, per cui forse lo "stare male" aiuta
il processo creativo, ma non è una regola.
Luca: I pensieri che nascono in momenti
"difficili" sono solitamente più profondi di
quelli che ti vengono durante un pranzo di nozze o un
compleanno. Per questo possono generare un processo creativo
e un risultato più interessanti.
C'è qualcosa in particolare che vi ha spinti a suonare,
oltre all'amore per la musica? Esprimervi con essa vi aiuta
a stare meglio con voi stessi?
Nicola: Il motivo principale che ci ha spinto a suonare, e
credo di parlare per tutti, è il divertimento. Fare
qualcosa che ti faccia stare bene, insieme ad altre persone,
questa è la ragione.
A me sembrate aperti e positivi, ma in modo tutto vostro,
con una spina nel fianco, per parafrasare gli Smiths. Usate
l'ironia in un modo che mi piace, consapevoli di come ci si
possano dire cose cattivissime o anche profondissime.
Dedicare in concerto "Everything is Alright" al
ministro Ruggiero dopo che se n'è uscito con quella frase
che definire infame è veramente poco, può essere più
finemente feroce di tutti gli insulti che si meriterebbe
quel tizio, mentre il vostro sense of humour a mio avviso
rende molto più efficace il senso di malinconia di
"Pass The Ashtray", crepuscolare ma senza
patetismi né sentimentalismi. Pensate anche voi che il
rock'n'roll più vero, che da sempre esprime molto bene
rabbia, frustrazione, disagio, non possa quasi fare a meno
di esprimere un certo sentire "contro", da "losers"
o da "outsiders", anche quando lo tratta in modo
ludico e ironico?
Nicola: Mah… Sono d'accordo sulla compresenza nella nostra
musica di un lato positivo e di un aspetto più oscuro,
credo sia una delle nostre caratteristiche peculiari. Per
quanto riguarda l'essere "contro", oggi il rock
come siamo abituati a conoscerlo, pronto da consumare, è
tutto tranne che "contro". Come ha detto James
Ellroy, è "ribellione istituzionalizzata" -
tranne pochissimi esempi. Mi piace di più pensare a una
funzione "politica" del rock in chiave privata,
come a qualcosa che ti trasforma la vita dall'interno. Come
dicevano gli Husker Du, "la rivoluzione inizia a casa
propria, magari davanti allo specchio del bagno".
Chill out zone
Veniamo alle domande semiserie (molto
semi e pochissimo serie) e un po' più rilassanti. Spero che
le citazioni siano giuste, nel caso non fosse così vi
autorizzo a redarguirmi pubblicamente:
Quale di queste frasi vorreste fosse usata al vostro
riguardo?
A) "It's only rock'n'roll, but I like it" (Rolling
Stones)
B) "Thank God it's rock'n'roll (and I like it!)"
(io, ma con più di un dubbio che qualcuno mi abbia
preceduto)
Nicola: La seconda mi sembra decisamente più
appropriata…
Quale frase tra queste scegliereste per rappresentare
meglio la vostra opinione in materia:
A) "Rock'n'roll will never die" (Neil Young)
B) "Dicono che il rock è morto solo quelli che non
sanno fare il rock" (Iggy Pop)
Nicola: … … …
"Andare ad un party straordinario e starsene tutta
sera in un angolo guardando le copertine dei dischi senza
rivolgere la parola a nessuno è molto Julie's Haircut".
Cosa ne dite di "andare a un concerto nel tuo paese,
startene da solo per tutto il tempo e rivolgere la parola
solo al chitarrista (Luca G) della band che ti ha
folgorato?" Sono stato un po' Julie's Haircut anch'io?
Il vostro è un vivere inimitabile come quello di D'Annunzio
o ciascuno, nel suo piccolo, può essere un po' Julie's
Haircut?
Nicola: Tutti nel loro piccolo possono essere un po' Julie's
Haircut. La prima cosa da fare è non seguire l'indicazione
che ho appena dato…
Avete visto per caso "Quasi famosi" di Cameron
Crowe? Come film in sé non mi ha detto poi così tanto,
visto che è piuttosto convenzionale, più interessante è
piuttosto il ritratto di un mito del giornalismo rock come
Lester Bangs, che fa da guida spirituale al giovanissimo
protagonista. Chi è la vostra guida spirituale? Dovendo
scegliervi un guru, su chi puntereste? Mi sembrava
interessante sapere anche la vostra opinione su "My
Generation" di Barbara Kopple, se siete riusciti a
vederlo.
Nicola: Ho visto "Quasi Famosi" e non mi è
piaciuto, mi sembra una visione troppo all'acqua di rose di
un periodo che è stato sicuramente più contraddittorio. Di
Lester Bangs ho invece letto l'ottima biografia, scritta da
Jim De Rogatis, "Let It Blurt", e ne viene fuori
un personaggio geniale, "fuori dalle righe", in
molti sensi, ma anche con grossi problemi esistenziali. Non
ho visto invece "My Generation", che mi sembrava
un film più interessante. Un guru spirituale? Potrebbero
essercene diversi, tra i tanti sceglierei Johnny Cash e
James Brown.
Bene, se fin qui avete resistito, sappiate che vi
aspettano le due domande "marzulliane" che vi
metteranno K.O. peggio di 300 chili di Sumopower!
Che domanda si farebbero i Julie's Haircut e come si
risponderebbero?
Il rock'n'roll è un sogno o aiuta anche a vivere meglio?
Nicola: Il rock 'n' roll è un sogno e aiuta anche a vivere
meglio. |