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"Mara
caga"!? Strano titolo per una canzone. Certo non mi
stupii più di tanto quando lo scorso mese di dicembre lessi
sulla scaletta del concerto di Moltheni al C-Side di Milano
questo titolo. I precedenti Preponderante ma del tutto
inefficace o La ragazza dai denti strani forse
appaiono anche più bizzarri. Ben presto la curiosità per
questa canzone -al tempo ancora inedita- si modificò quando
scoprì che il titolo non era riferito agli sforzi escretori
di Mara, bensì allo sguardo di una certa Mara Cagol. La
scrittura manule della scaletta mi aveva palesemente indotto
all'errore, ma il mistero rimane e anche la curiosità. Chi
sarà mai Mara Cagol? Quale personaggio avrà voluto
"colpire" Moltheni dopo essersi domandato i motivi
del riso di "Irene" o dopo aver raccontato i
"magnetici" momenti di autoerotismo di una
misteriosa ragazza? Incomincia la ricerca che ben presto
rivela la mia a tratti vergognosa ignoranza. Mara Cagol è
stata una "terrorista combattente" fondatrice
delle Brigare Rosse. Ecco una sintesi delle
informazioni raccolte su questo personaggio dallo sguardo
affascinante...
Se è vero che tutti siamo condizionati dal tempo in cui
viviamo, alcuni lo sono in modo più forte, tanto da venirne
letteralmente travolti. Così è stato per Margherita
"Mara" Cagol, occhi verdi e capelli neri, graziosa
ragazza trentina di buona famiglia, cattolica, che
dall'ambiente in cui fu educata assorbì ogni insegnamento,
veramente sul serio. Se un buon cristiano non deve essere
insensibile ai bisogni degli esseri umani che soffrono, per
Margherita questo volle dire, in modo un po' estremo e
semplicistico, che doveva impegnarsi a cambiare il mondo,
proprio lei, con qualsiasi mezzo, e subito. Probabilmente,
se fosse nata un secolo prima, avrebbe potuto essere una di
quelle fondatrici religiose che hanno investito in opere
assistenziali le loro strabordanti energie e il loro bisogno
di aiutare.
Anche Margherita, studiosa e musicista, piena di passione ed
entusiasmo, voleva intervenire nel mondo, voleva
migliorarlo, come le era stato insegnato fin da piccola. Ma
l'aria dei tempi che a Trento (facoltà di Sociologia)
spirava forte, le propose fra le altre una ricetta semplice
che sembrava spiegare tutto, e trovare un rimedio per tutto:
il comunismo, la rivoluzione armata, avrebbero creato
proprio quel paradiso in terra che somigliava molto, ai suoi
occhi, a quella società migliore che i cristiani dovevano
costruire. Il fatto, poi, che la strada per realizzare la
"Gerusalemme celeste" le fosse proposta da un bel
giovane, un po' triste come si conviene ai più pregiati
principi azzurri, non fece che renderla praticamente
irresistibile agli occhi di Margherita.
Dietro all'immagine della più 'guerriera' delle brigatiste
si celava quindi una storia antica: per amore di suo marito,
Renato Curcio, la giovane rivoluzionaria si è impegnata
così a fondo nell'organizzazione politica clandestina da
assumere non solo il ruolo di leader al posto del marito
arrestato, ma addirittura di organizzare il commando con cui
lo ha liberato dal carcere di Casale. Ma, come scrisse
nell'ultima lettera alla famiglia, era una passione, quella
rivoluzionaria, che la faceva sentire estremamente sicura di
sé: «Abbiate fiducia nelle mie capacità e nella mia ormai
grossa esperienza. So cavarmela in qualunque situazione e
nessuna prospettiva mi impressiona o impaurisce. Vi voglio
più bene che mai».
Apparentemente senza dubbi e impavida, ma nel fondo timorosa
di perdere l'approvazione della famiglia, con cui cercò di
mantenere un legame anche dalla clandestinità, e forse
anche quella del marito, se non lo avesse seguito fino in
fondo. Margherita non ebbe mai il tempo di riflettere e di 'pentirsi',
come altre sue compagne di 'guerriglia'. Per lei l'aria del
tempo spirava troppo forte per poterle resistere, tanto
forte da farla finire uccisa, a soli trent'anni, con il
fucile in mano, in un insensato scontro a fuoco con i
carabinieri.
Il 5 giugno del 1975 una donna di trent'anni, Margherita
"Mara" Cagol, fondatrice con il marito Renato
Curcio delle Brigate Rosse, veniva uccisa in uno
scontro a fuoco dai carabinieri, ovvero dallo Stato cui
aveva dichiarato guerra. Cominciava così quel capitolo
insanguinato della nostra storia recente a cui si ripensa
sempre con il disagio e la cattiva coscienza di conti
rimasti in sospeso, di vicende non del tutto capite, di un
giudizio comunque difficile, anche se ormai fin troppo
scontato, quasi si potesse davvero archiviare la tremenda
pagina del terrorismo una volta per tutte.
Chi era questa guerriera rimasta sul campo di una battaglia
che pochi condividevano e che oggi si preferirebbe
dimenticare con il grigio, la confusione, il terrore di anni
giustamente definiti "di piombo"? La storia ce la
consegna bella, minuta, fisicamente fragile, occhi verdi e
capelli neri, interiormente intransigente, determinata,
fortissima. Morta con il fucile in mano, capace di replicare
al fuoco col fuoco, coraggiosa di un coraggio che è però
stretto parente di spietatezza e follia. Un meraviglioso
personaggio da romanzo, non fosse stata la posta in gioco il
vero sangue, la vera vita, la morte vera di vittime e,
qualche volta, anche degli stessi carnefici. Ragazza
perbene, di "sana" educazione cattolica, un
cattolicesimo esasperato nei suoi fondamenti si direbbe, mai
rinnegato. Anzi, nel '69, quando fra i suoi coetanei infuria
una più leggiadra rivolta di costumi e ci si sposa in
municipio soltanto o non ci si sposa affatto, lei si sposa
in chiesa.
Come si fa a confondere l'insegnamento cristiano con la
selvaggia pratica dei sequestri, delle rapine a mano armata,
del ferro e del fuoco? Chi lo sa, eppure non è stata Mara
Cagol l'unico esempio nella storia, né il più eclatante,
dell'integralismo cattolico, del fondamentalismo religioso
che diventa alimento e giustificazione di violenza politica.
Nelle pagine del suo diario ci sono analisi dolorose della
barbarie in cui sprofondava Milano, del decomporsi degli
affetti fra le persone nella società così detta civile. E
suona sinistramente tragico che quella generosità, quel
rispettabile desiderio di cambiare la società, fondarne una
più giusta, punire gli oppressori per favorire gli
oppressi, non abbiano trovato altra strada per esprimersi se
non il corpo a corpo del sangue.
Sono davvero ragioni da relegare nell'insondabilità della
psiche individuale o non piuttosto da cercare anche nella
totalità di una cultura che prima ha indotto la rivolta in
alcuni suoi figli e poi l'ha estirpata con altrettanta
violenza, senza mai fare conti seri, dolorosi, con se
stessa? È difficile spiegare il terrorismo alle nuove
generazioni, ma è anche difficile giustificare la violenza
dello Stato contro i terroristi, il carcere-dimenticatoio,
il pentitismo coatto, il suicidio indotto modello tedesco.
È difficile assumersi le ragioni di una società che dopo
quella ferita non si è preoccupata di curarsi, ma anzi ha
continuato a essere corrotta, spietata, ingiusta, invivibile
come e peggio di quella che i terroristi pretendevano di
combattere.
Quando frequentava la facoltà di Sociologia a Trento, Mara
Cagol era una ragazza generosa e attiva, che preparava una
tesi sulle diverse fasi dello sviluppo capitalistico e
intanto si impegnava con il gruppo cattolico "Mani
tese" per il Terzo mondo. Sentiva l'urgenza di dare il
suo contributo per una società migliore e le sembrava
sicuramente che imbracciare un fucile fosse un dovere
civile, quasi una necessità di sopravvivenza contro
l'attacco all'intelligenza, alla libertà che vedeva
incarnato nella brutta società in cui viveva.
Oggi le generazioni più giovani sembrano spaventate dai
fucili e la parola d'ordine è tolleranza. Salvo buttare di
tanto in tanto pietre giù dai cavalcavia, la moda della
tolleranza e della solidarietà è senz'altro più quieta e
rassicurante della guerriglia urbana. Ma possiamo per questo
credere di vivere in una società più civile?
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