Mogway
  Mogway - Mr Beast ***
  Mauro Mondello
 
Se non stessimo parlando di uno dei gruppi guida del post rock moderno saremmo probabilmente qui a spellarci le mani scrivendo del “capolavoro dell’anno”.
Come sempre imprevedibili infatti i Mogwai ci hanno regalato un disco spiazzante, che ancora una volta prende le distanze dal passato, lasciando i critici di mezza Europa fra le solite incertezze.
Non erano stati poi in molti qualche anno fa a non distruggere Rock Action (2001), rimproverando alla band di Glasgow l’abbandono di quelle sonorità assolutamente e soltanto strumentali che ne avevano fatto la fortuna. In quell’album fece la sua comparsa il cantato di Stuart Braithwaite, addirittura in quattro degli otto pezzi, tracciando una nuova rotta per la band, che evidentemente intendeva raffinare un po’ il proprio sound, limando gli aspetti più rumorosi e cercando una forma un po’ più pura della performance, senza peraltro tralasciare la vena strumentale che anche lì, specie in pezzi come You don’t know Jesus, confermava lo straordinario valore dei cinque ragazzi scozzesi.
Il successivo Happy songs for happy people aveva segnato una linea di continuità con quest’idea di pulizia, eliminando quasi definitivamente i tratti schizofrenici dalle tracce ma seguendo un ulteriore cambio di rotta sulla voce, di nuovo quasi scomparsa (a parte qualche intrusione al vocoder). Questa volta la stampa specializzata aveva gridato al miracolo, dimenticando le accuse di scarsa originalità mosse appena due anni prima e senza comprendere come tutto sommato Happy songs for happy people fosse semplicemente il frutto definitivo di un lavoro iniziato proprio con Rock Action e che, oltretutto, almeno a parer mio, non si presentasse all’ascolto come un album davvero perfetto.
Adesso, 2006, a tre anni dall’ultima incisione in studio e con una popolarità probabilmente raddoppiata, siamo di nuovo qui a stupirci della sterzata dei Mogwai. Mr Beast è infatti un ritorno al passato, anche se non del tutto. Certamente riemergono i decibel esplosivi ed i feedback devastanti che dei Mogwai erano diventati un marchio, ma il suono in fondo risulta ancora una volta pensato dentro ad una progressione di tappe rispetto all’album precedente. Non è scomparsa quella ricerca che potremmo definire”tematica” rivolta ad un’idea più intimista e ragionata del pezzo, che però qui è espressa con cambi di ritmo continui ed una delicatezza a tratti quasi dolorosa.
Il pianoforte è un po’ il protagonista del lavoro, e già in apertura, con la finta intro “Auto Rock” ,troviamo un crescendo che ci accompagna verso il missile sonoro dell’album, 3 e 36 secondi di chitarre che s’incrociano e s’inseguono, una sfuriata che rimanda al passato e ci trascina in un clima mozzafiato: Glasgow Mega-Snake
Con Acid Food troviamo un a new entry assoluta nel repertorio della band che propone una drum machine in piena regola accompagnata da chitarre dirette e voce lieve: una canzone, semplicemente. Travel is dangerous è invece probabilmente la sintesi perfetta di quest’album, con dei riff spezzettati che incartano il cantato di Barry Burns dandoci una sensazione di attesa che si ripercuote per tutta la durata dell’ascolto; è il pezzo più ragionato dell’album, dove si confrontano le varie anime musicali del gruppo. La caratterizzazione strumentale più pura, anche se silenziosa, delicata, riaffiora in “Emergency Trap” ed in “Team Handed” che incarnano quel processo di variazione nell’approccio al suono dei Mogwai che ha portato ad un lavoro in parte meno d’impatto ma più sottile, più ragionato. Il pianoforte è ancora protagonista in Friend of the night, ed anche se il richiamo a I know what You are but what Am I? dell’album precedente sembra quasi diretto in realtà qui si avverte un trasporto sonoro maggiore, una capacità di trasmettere l’espressività musicale dell’ascolto del tutto superiore al lavoro di Happy songs for happy people.
Folk Death 95 ci riporta ancora indietro, lasciando spazio a quel noise rock che fa parte del retroterra arcaico della band e che mette d’accordo i fan di tutti i periodi. Minimalismo e recitazione (di Tetsuya Fugakawa degli Envy) sono le due parole che commentano  I Chose horses, brano ambizioso e immaginifico che ci regala visioni distanti.
Il pezzo finale a questo punto diventa, quasi per forza, un richiamo struggente ma ancora una volta infuocato, pronto comunque a deflaglare suoni ma dentro a una cornice scura, ambigua; We’re no here... Ancora una volta imprevedibili, i Mogwai ci trascinano dentro il loro mondo visionario e inquieto, celeste e nero, dove all’assordante necessità del rumore si affianca una nuova voglia d’interpretazione, una venatura riflessiva che apre uno scenario sonoro differenziato ma coerente con la crescita del gruppo.

Il post rock, quello vero, è ancora qui.

 

 
 
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on line da ottobre 2004