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Se non stessimo parlando di uno dei gruppi
guida del post rock moderno saremmo probabilmente qui a
spellarci le mani scrivendo del “capolavoro dell’anno”.
Come sempre imprevedibili infatti i Mogwai
ci hanno regalato un disco spiazzante, che ancora una
volta prende le distanze dal passato, lasciando i critici
di mezza Europa fra le solite incertezze.
Non erano stati poi in molti qualche anno
fa a non distruggere Rock Action (2001), rimproverando
alla band di Glasgow l’abbandono di quelle sonorità
assolutamente e soltanto strumentali che ne avevano fatto
la fortuna. In quell’album fece la sua comparsa il
cantato di Stuart Braithwaite, addirittura in quattro
degli otto pezzi, tracciando una nuova rotta per la band,
che evidentemente intendeva raffinare un po’ il proprio
sound, limando gli aspetti più rumorosi e cercando una
forma un po’ più pura della performance, senza peraltro
tralasciare la vena strumentale che anche lì, specie in
pezzi come You don’t know Jesus, confermava lo
straordinario valore dei cinque ragazzi scozzesi.
Il successivo Happy songs for happy
people aveva segnato una linea di continuità con
quest’idea di pulizia, eliminando quasi definitivamente
i tratti schizofrenici dalle tracce ma seguendo un
ulteriore cambio di rotta sulla voce, di nuovo quasi
scomparsa (a parte qualche intrusione al vocoder). Questa
volta la stampa specializzata aveva gridato al miracolo,
dimenticando le accuse di scarsa originalità mosse appena
due anni prima e senza comprendere come tutto sommato Happy
songs for happy people fosse semplicemente il frutto
definitivo di un lavoro iniziato proprio con Rock
Action e che, oltretutto, almeno a parer mio, non si
presentasse all’ascolto come un album davvero perfetto.
Adesso, 2006, a tre anni dall’ultima
incisione in studio e con una popolarità probabilmente
raddoppiata, siamo di nuovo qui a stupirci della sterzata
dei Mogwai. Mr Beast è infatti un ritorno al
passato, anche se non del tutto. Certamente riemergono i
decibel esplosivi ed i feedback devastanti che dei Mogwai
erano diventati un marchio, ma il suono in fondo risulta
ancora una volta pensato dentro ad una progressione di
tappe rispetto all’album precedente. Non è scomparsa
quella ricerca che potremmo definire”tematica” rivolta
ad un’idea più intimista e ragionata del pezzo, che
però qui è espressa con cambi di ritmo continui ed una
delicatezza a tratti quasi dolorosa.
Il pianoforte è un po’ il protagonista
del lavoro, e già in apertura, con la finta intro “Auto
Rock” ,troviamo un crescendo che ci accompagna verso il
missile sonoro dell’album, 3 e 36 secondi di chitarre
che s’incrociano e s’inseguono, una sfuriata che
rimanda al passato e ci trascina in un clima mozzafiato: Glasgow
Mega-Snake
Con Acid Food troviamo un a new
entry assoluta nel repertorio della band che propone una drum
machine in piena regola accompagnata da chitarre
dirette e voce lieve: una canzone, semplicemente. Travel
is dangerous è invece probabilmente la sintesi
perfetta di quest’album, con dei riff spezzettati che
incartano il cantato di Barry Burns dandoci una sensazione
di attesa che si ripercuote per tutta la durata dell’ascolto;
è il pezzo più ragionato dell’album, dove si
confrontano le varie anime musicali del gruppo. La
caratterizzazione strumentale più pura, anche se
silenziosa, delicata, riaffiora in “Emergency Trap” ed
in “Team Handed” che incarnano quel processo di
variazione nell’approccio al suono dei Mogwai che ha
portato ad un lavoro in parte meno d’impatto ma più
sottile, più ragionato. Il pianoforte è ancora
protagonista in Friend of the night, ed anche se il
richiamo a I know what You are but what Am I? dell’album
precedente sembra quasi diretto in realtà qui si avverte
un trasporto sonoro maggiore, una capacità di trasmettere
l’espressività musicale dell’ascolto del tutto
superiore al lavoro di Happy songs for happy people.
Folk Death 95 ci riporta ancora
indietro, lasciando spazio a quel noise rock che fa parte
del retroterra arcaico della band e che mette d’accordo
i fan di tutti i periodi. Minimalismo e recitazione (di
Tetsuya Fugakawa degli Envy) sono le due parole che
commentano I Chose horses, brano ambizioso e
immaginifico che ci regala visioni distanti.
Il pezzo finale a questo punto diventa,
quasi per forza, un richiamo struggente ma ancora una
volta infuocato, pronto comunque a deflaglare suoni ma
dentro a una cornice scura, ambigua; We’re no here...
Ancora una volta imprevedibili, i Mogwai ci trascinano
dentro il loro mondo visionario e inquieto, celeste e
nero, dove all’assordante necessità del rumore si
affianca una nuova voglia d’interpretazione, una
venatura riflessiva che apre uno scenario sonoro
differenziato ma coerente con la crescita del gruppo.
Il post rock, quello
vero, è ancora qui.
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