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Marlene Kuntz, Morgan, Teatro degli orrori, Amor Fou: ecco Neverland
  Fotografie Aurora Logozzo
  Marlene Kuntz - Tra i pezzi di Uno e qualche ripescaggio dal passato ecco i Marlene Kuntz a chiudere Neverlan e a lasciare un segno musicalmente rilevante dopo gli sterili tentativi di Morgan al sintetizzatore. Convince quasi tutto, bisogna dirlo: non li rivedevo in concerto da anni e parecchie cose sono cambiate dall’ultima volta: i suoni delle nuove canzoni, la voce di Godano, il trattamento dei vecchi pezzi. C’è molta più chitarra acustica e solo a tratti ricompaiono i suoni alla Sonic Youth. Lo spettacolo è ben calibrato e Godano sembra in una serata particolarmente ispirata, nonostante la grande eterogeneità del pubblico. Tra gli episodi da segnalare Musa il bellissimo singolo apripista dell’ultimo album e la cover della Pfm Impressioni di settembre, scelta come pezzo di chiusura. Un po’ debole La canzone che scrivo per te (il pubblico ovviamente l’ha gradita molto) nenia zuccherina che mal si adatta, a mio avviso, sia al lato più oscuro della band sia a quello di un cantautorato più impervio intrapreso ultimamente. Nel complesso bel concerto, le emozioni germogliano mentre sul prato umido mi faccio cullare dalle ultime note. Roberto Conti

Morgan - Morgan lo diceva che avrebbe voluto essere un famoso (e bravo) pianista.
E ammetteva anche di amare la gente insana di mente.
Se si uniscono i due elementi, infarcendoli di abilità elettroniche, genialità in versi perspicaci e pungenti e attitudine surrealista (o futurista?) quello che ne esce è un grande spettacolo. I suoni si aggrovigliano, salgono, scendono, battono in testa. Sinfonie avvolgenti e deliranti. Megahertz non mi sembra umano, ha un non so che di robotico (o, anche qui, futurista?). Cominciano con Decadenza, per Amore assurdo e Animali familiari.
Durante La crisi comincio a non capire più niente. Arrivo alla fine e nella lunga psichedelica coda di Altre forme di vita mi perdo. E’ una sensazione strana. Forse è colpa di tutti quei sintetizzatori finemente impazziti. O forse ho pensato troppo. Erika Gigli
 
Il teatro degli orrori
Il Teatro degli Orrori si ripresenta, come ormai siamo abituati, aggressivo e potente. Questa abitudine, di per sé, potrebbe ormai apparire come un difetto. Ma quello che Capovilla e compagni ci propongono è ogni volta un evento unico e a sé stante. L’evento teatrale Artaudiano ha carattere di irripetibilità e si configura come sfogo e scambio di pulsioni ed energie abitualmente represse. La vita, quella vera, viene allo scoperto. Questo Capovilla lo sa. I concerti diventano così occasione di risveglio e purificazione. Un crogiuolo di fuoco dove parole, musica, movimenti danno espressione alla crudeltà latente. Il teatro delle crudeltà ha ancora da venire. Quello degli orrori esiste. Efficacemente. Chapeau. Erika Gigli
 
 
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on line da ottobre 2004