Patti Smith, Afterhours e Massimo Volume
Goduriosi duetti al Traffic di Torino
Roberto Conti

Doveva essere l’apoteosi di Traffic Free Festival, con Patti Smith e gli Afterhours, e i rinati Massimo Volume, invece la pioggia monsonica ha un po’ rovinato la festa. Onore a Patti, che ha cantato sotto il diluvio e al pubblico che non è fuggito: premiato con un concerto memorabile. Patti Smith non sorprende né delude, conserva certi toni molto malinconici e mantiene soprattutto quell'enorme carisma interpretativo che riesce sempre a dimostrare e negli anni le è valso l’appellativo raro di icona femminile della musica rock.
‘You are the future’, urla Patti ai fan in estasi, un forte proclama di uguaglianza come People have the power, bello nella costruzione e importante nei significati, riunisce vecchi fan e nuove generazioni in un sol coro.
Colpisce lo stile, tutt'altro che convenzionale, e le composizioni, nella forma di poesie recitate più che canzoni, ballate “socialmente corrette” continuando nel festival della citazione. Un’interpretazione delicatissima di Smell’s like teen spirit non fa rimpiangere l’originale dei Nirvana, poi Free money, Gloria e altri cavalli di battaglia fino a Because The Night, scritta con Bruce Springsteen, l'unico vero momento in favore di corrente di tutta una carriera.
Prima di lei sul palco l’attesa reunion dei Massimo Volume, importante band degli anni Novanta, che riunisce sotto la cassa di destra, prima del concerto, un nugolo di irriducibili fan. Emidio Clementi è visibilmente soddisfatto dell’affetto, sorride continuamente, anche Egle Sommacal, alle chitarre, si lascia scappare più di un sorriso dal volto imperturbabile.
Nel frattempo uno tsunami di pioggia ci convince ad una prudente (e temporanea) ritirata verso la non lontana automobile, nell’occasione trasformata in un canotto.
Più avanti, durante la performance degli Afterhours, Emidio Clementi tornerà per duettare con Manuel & co sulle note di Simbiosi, probabilmente uno dei momenti più sublimi di tutto il live di cui mi appresto a scrivere.
Gli Afterhours appunto: il fatto di suonare come headliner, dopo Patti Smith, mi sembrava da veri gaffeurs, per la serie il festival lo organizzo io, quindi comando io (che il Traffic fosse organizzato da Agnelli -peraltro- è stato ribadito continuamente, da presentatori osannanti, maxischermi, ecc.). In realtà questa scelta si rivelerà azzeccatissima: sonorità più dure e duetti fanno da degna conclusione ad una serata memorabile, e poi è gratis e a caval donato non si guarda in bocca, va ricordato che il Traffic è uno dei pochi mega festival gratuiti (gratis naturalmente è un termine da usare con le dovute cautele, visto che Regione, Comune e altri promotori lo finanziano anche con le tasse di tutti noi).
Evitando di perseverare nell’eccesso di promozione, gli Afterhours scelgono una scaletta che non privilegia particolarmente l’ultimo I milanesi ammazzano il sabato, anzi regalano una sventagliata dei principali successi della loro pluriennale carriera: Bay bay Bombay, Lasciami leccare l’adrenalina, Sui giovani d’oggi ci catarro su, Voglio una pelle splendida, Ballata per la mia piccola iena, solo per citare alcuni titoli in ordine sparso.
Dopo qualche canzone una sorpresa: sul palco torna Patti Smith per un’entusiasmante interpretazione di Dancing barefoot  storico brano della poetessa del rock tratto dall’album Wave del 1979. Il concerto prosegue tra atmosfere cariche di splendore, nonostante i piedi bagnati e le mie gambe stiano assorbendo umido e sporco per capillarità, come una zolletta di zucchero imbevuta di caffè. C’è il tempo per una fugace apparizione on stage di Cesare Basile poi è tempo di chiudere. “Questo è un brano che non eseguiamo quasi mai dal vivo, si chiama Mi trovo nuovo”, dice Agnelli prima di salutare il pubblico.
Speriamo che le ‘novità’ non accompagnino anche la formula del festival torinese su cui si addensano nubi ancor più minacciose di quelle che ci hanno inondato d’acqua in questa serata. Quest’umida notte di luglio sarebbe a quanto pare l’ultima notte di Traffic come l’abbiamo conosciuto e amato. I soldi scarseggiano, le lamentele dei residenti si fanno sentire e con la consueta, signorile noncuranza, Torino si appresta a disfarsi di un altro suo gioiello.

 

Patti Smith
  Live all'Alcatraz 18.10.2004
  Milena Ferrante
 

“Arthur Rimbaud quasi morì in piazza Duomo. Aveva fame e una donna di Milano lo prese con sé e si prese cura di lui e così vorrei salutare tutte le donne di Milano”. Patti Smith richiama i suoi santi spiriti appena prima di partire in folle con “Beneath the Southern Cross”. Siamo all’Alcatraz, niente che faccia pensare a qualcosa di mistico, ma Patti rotea su se stessa con i capelli al vento nel suo rito sciamanico. Patti Smith è tutta qui. Due ore di concerto per presentare il nuovo Trampin’ (assieme al giovane compagno, Oliver Ray, a Tony Shanahan e agli storici Lenny Kaye e Jay Dee Daugherty) che finiscono per trasformarsi in qualcos’altro. Me la ricordo benissimo qualche tempo fa davanti alla folla immensa dell’idroscalo a Milano all’arrembaggio con People Have The Power e la gente che le urla “Ti amo”. Anche qui Patti è “la donna della vita”. Si, perché questo non è un concerto, ma una specie di teatro per il popolo, che profuma di celebrazione religiosa. Tanto che Patti a un certo punto invoca persino Albino Luciani, anche se a suo dire “il papa, non capisco nemmeno cosa faccia”. Inforca gli occhiali e recita per lui una poesia nel silenzio generale. Poi suona il clarinetto per celebrare. E celebrazione sia. Niente ci sembra retorica quando c’è lei al comando. Persino l’arringa a pieni polmoni anti-Bush, con la sacerdotessa che grida che “se non siete d’accordo con quello che l’amministrazione Bush sta facendo prendete d’assalto le strade, fateglielo sapere, siamo qui, non staremo zitti, non resteremo in silenzio!” E così capita che quando arriva immancabile People Have the Power alla fine di un’ora e mezza abbondante trapuntata di alcuni classici (Redondo Beach e Free Money) ci crediamo davvero. La grande marea dell’Alcatraz balla su e giù agita i pugni in aria mentre lei da lassù stringe le mani delle prime file. Un tripudio. Non si può, non si può proprio resistere. Le cellule cerebrali della parte sinistra non ci sentono più, non gliene frega se poi questo è un inno in sostanza sufficientemente populista da far fatica a crederci. Una delicatissima Trampin’ fa da preludio a un’incendiaria versione di Gloria rivisitata da Van Morrison ma che è ormai tutta sua. D’un tratto ci sembra di essere traghettati nel ’79 e di non aver perso niente. Non so perché ma in un attimo “abbiamo quella strana sensazione di averla fatta nostra”.

 

 
 
Home
Archivio articoli
Report live
Dischi & demo
Interviste
Chi siamo

 

on line da ottobre 2004