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- Pearl Jam - Pearl Jam **
- Luca Rancati
Mini-premessa
doverosa: chi scrive è da annoverarsi da un buon 14 anni a
questa parte, cioè da quando – a seguito dell’acquisto
di
Ten - li vidi dal vivo per la prima volta, tra
i fan più calorosi della band di Seattle, sebbene questa
passione si sia un po’ ‘annacquata’ a partire dal
2004. Ragion per cui, per una volta, ho cercato in sede di
rece di prendere le distanze dal fan irriducibile, cercando
di restare il più obiettivo possibile, anche a costo di far
violenza a me stesso. Quello che segue è il risultato...
A distanza di quasi
quattro anni da Riot Act - disco incentrato
soprattutto sulle liriche impegnate di Vedder e abbastanza
‘insipido’ da un punto di vista strettamente musicale,
anche se contenente 3-4 pezzi di sicura presa (un paio dei
quali,
‘I am mine’ e ‘Thumbing my way’
restano 2 piccoli capolavori di semplicità e lirismo) –
Eddie e compagni tornano in pista con un omonimo album,
forti del nuovissimo contratto firmato per l’indipendente
J records (peccato che l’album sia di fatto
distribuito sempre da…. Sony!)
Quattro anni nei quali i
nostri hanno colmato il vuoto suonando un po' ovunque
(eccezion fatta per l’Europa); hanno messo in circolazione
una seconda ondata di bootlegs ufficiali dei loro concerti
ed hanno immesso sul mercato una raccolta di rarità Lost
Dogs - superflua, se vogliamo.. ma che tuttavia contiene
alcune fra i migliori inediti, b-sides etc. - e un Greatest
Hits (tristezza, orrore! un GH dei pearl jam è l’ultima
cosa al mondo che avrei voluto vedere! e che ero intimamente
convinto di non vedere mai, sic). Oltre, dulcis in fundo, a
due dvd dal vivo (imperdibile imho quello del Garden di New
York, fosse anche solo per il duetto con Ben Harper, sul
palco per suonare assieme alla band su Indifference e
Daughter).
Venendo al nuovo cd,
l'album è al solito ben confezionato; sul mestiere della
band non si discute, nessun equivoco su questo. Piuttosto
– ma qualcuno se lo aspettava forse? - non sembra esserci
alcuna clamorosa rivoluzione, salvo forse solo una migliore
produzione rispetto al già citato Riot Act. Parte Life
Wasted, e pare di ascoltare gli AC/DC. Possibile?
Possibile. Anche perché la sensazione si ripete identica al
sopraggiungere del riff iniziale di Comatose, traccia
#3. Alcune dimenticate e riuscite aperture melodiche
strappano qua e la timidi segni di approvazione, ma già a
metà disco si affaccia prepotente l'impressione di non aver
ascoltato nessun pezzo clamoroso, ma solo una manciata di
discrete canzoni prodotte con sapienza, in grado di
accontentare (o scontentare?) un po' tutti, fra sfuriate
punk rock – in realtà piuttosto dozzinali – ballate
alla beatles (l’imbarazzante Parachutes, che è
quasi la copia sbiadita della già conosciuta Fatal)
e la rinuncia sostanziale a qualsiasi stranezza che da Vitalogy
in poi avevano sempre fatto capolino qua e là all'interno
dei dischi dei Pearl Jam.
Probabilmente, me ne rendo perfettamente conto, è
scorretto prendere come metro di paragone i primi album
della band; ma è anche vero che è ben difficile esaltarsi
per una Army reserve o per una Big Wave
qualsiasi, dal momento che queste composizioni non brillano
minimamente di luce propria: sarà il drumming piatto come
non mai, tanto da far rimpiangere il Matt Cameron fantasioso
ai tempi dei Soundgarden (e che comunque si è sempre fatto
apprezzare anche in forza ai PJ, almeno fino a Binaural);
sarà che Gossard è solo l’ombra dell’eccellente
compositore che avevamo imparato a conoscere ed amare (e se
penso
ad Alive e alle altre perle che ha firmato ai
tempi d’oro, è inevitabile un moto di sconforto). Persino
Eddie Vedder, che continuo a reputare la più bella voce del
rock tutto, fatica qua e là a reggere le note più alte,
rifugiandosi in urla gracchianti stile ‘metal anni ‘80s’
che altrimenti avrebbe evitato (particolarmente evidente
sulla menzionata
Comatose, dove perlomeno – anche se su
livelli decisamente meno ispirati – fa capolino l’aria
che si respirava su Vitalogy, da tanto sono lampanti
i richiami alla mitica Spin the black circle).
La (triste) verità è
che Pearl Jam suona tremendamente manieristico, e a
deludere è in primis l’evidente mancanza di ispirazione
della band. La cosa curiosa è che sia Mike McCready – che
in passato non ha mai goduto di ampio spazio in fase di
composizione - a firmare qui quelli che sono probabilmente
gli episodi più riusciti del disco: la discreta
"Marker in the Sand, in cui sfodera un riff
affilatissimo e la conclusiva
Inside Job, che ha se non altro il merito di
chiudere il disco lasciando un buon sapore in bocca.
Il citazionismo però è sempre in agguato: la stessa Severed
Hand, che presenta una sobria sezione ritmica quasi
funky suona terribilmente di già sentito. . Non manca l’omaggio
di turno al ‘padre putativo’ della band, Neil
Young, che viene ossequiato con Wasted Reprise, un
breve frammento - francamente inutile - di sola voce
accompagnata dall'organetto a pompa di un altrettanto
inutile Boom Gaspar, dove Eddie recita sommessamente
il ritornello del pezzo di apertura del disco, Life
Wasted appunto. Il primo singolo Worldwide Suicide
suona fresco e aggressivo il giusto – almeno fino al
chorus - ma non incide come dovrebbe/vorrebbe:
probabilmente, così come la stessa Comatose, dal
vivo potrà diventare un buon pezzo, studiato ad hoc per
trascinare il pubblico in qualche pogo d’antan. Dal
piattume generale si eleva (almeno un po’) Gone il
cui incipt e la strofa d’apertura, cantata con voce
sommessa da Eddie fanno ben sperare e che, nonostante
banalizzata da un chorus non proprio indimenticabile, si
propone di avvicendarsi almeno degnamente col celeberrimo
cavallo di battaglia Better Man (della quale presenta l’andamento
ma decisamente non il pathos e che resta comunque, inutile
sottolinearlo, di un altro pianeta). Si potrà obiettare che
non ci sono le cadute di tono così grossolane che avevano
caratterizzato il disco precedente (resto convinto che le
varie Ghost, green Disease, help Help etc. siano tra
le cose più brutte che i nostri ci abbiano mai proposto),
il che è sicuramente vero; ma non credo basti questo per
parlare bene di un disco che resta, a mio modesto avviso,
poco più che mediocre. Il problema è che sul tutto
grava un’aria di ‘vorrei, ma non posso’; non c’è
nulla che ti si infili sottopelle, e anche le sensazioni
migliori rimangono in superficie, a livello epidermico. E
nonostante tutto ciò, si sente che c'è la buona volontà,
almeno quella, di mettercela tutta, di suonare meno stanchi
possibile, e di liberare l'energia rimasta, che speriamo (e
ne siamo intimamente convinti) mantengano almeno in sede
live , dove i Pearl Jam non hanno mai deluso, regalando
spesso concerti generosi e appaganti sotto ogni profilo.
In conclusione,
l'omonimo album dei Pearl Jam è sì un ritorno, ma di
quelli che non lasciano il segno. Questa band è innocua,
una pallottola spuntata; si congeda senza averci regalato
(forse per la prima volta in assoluto nella loro storia)
nessun pezzo memorabile e un lavoro tutto sommato anonimo,
da cui emerge soprattutto il mestiere. Nessuna traccia
invece della passione, dell’intensità del tanto paventato
‘ritorno al passato’. Purtroppo, al di là delle
sicuramente encomiabili intenzioni del gruppo, è un disco
da considerarsi se non orrendo (c’è di molto peggio in
giro al giorno d’oggi), sicuramente deludente e che in una
ipotetica classifica degli album della band potrebbe
sistemarsi giusto sul penultimo gradino in basso, appena
sopra il precedente Riot Act. Anzi, ad essere del
tutto onesti, probabilmente, nemmeno questo...
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