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Il caso |
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I
laureati non sanno più scrivere? |
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Domenica mi è capitato di dover correggere un articolo
giornalistico di uno "stimato" collega, con
anni di esperienza alla spalle, una laurea ed un bel
contratto secondo i criteri dell'Odg (una rarità). Un
campo di battaglia, tali e tanti erano gli errori
ortografici che quel foglio avrebbe fatto sfigurare
anche il peggiore studente delle elementari alle prese
con la grammatica italiana. E questo, ve lo assicuro,
non è un episodio isolato: anche nell'ambiente di chi
scrive tutti i giorni la grammatica e la sintassi sono
sconosciute e repulse, un po' come l'acqua per i gatti.
Riportiamo quindi un approfondimento di Smargiassi (per
"Repubblica") in cui il problema della
"scarsa scrittura" dei laureati viene
adeguatamente snocciolato.
- Dirimere un'ambiguità lessicale è un
problema per un laureato su cinque. A dir la verità,
anche solo comprendere la frase che avete appena letto
è un problema per un laureato su cinque. "Termini
come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano
comunemente sui giornali, ma per molti italiani con
pergamena appesa al muro sono parole opache". Luca
Serianni, linguista all'università di Roma 3, ne fece
esperienza diretta un giorno nell'ambulatorio di un
dentista cui s'era rivolto per un'urgenza. "Con le
mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per
avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un
dubbio..."". E il professore sudò freddo:
"Un medico che non sa maneggiare le parole è un
medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi
forse non sa maneggiare neanche un trapano".
Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno
s'offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006
del ramo italiano dell'indagine internazionale All-Ocse
(Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla
pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi:
21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il
livello elementare di decifrazione di una pagina scritta
(il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un
elettrodomestico).
E non sanno produrre un testo minimamente complesso
(una relazione, un referto medico, ma anche una banale
lettera al capo condominio) che sia comprensibile e
corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su
due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello.
Ma è una minoranza
terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli
Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate
fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero
si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese
fa, a Roma, al termine dell'ultimo dei concorsi per
l'accesso alla magistratura. Preso d'assalto da 4000
candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58
posti sono rimasti scoperti: 3.700 candidati, tutti
ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato
prove irricevibili sul piano puramente linguistico.
"Per pudore vi risparmio le indicibili
citazioni", commentò uno dei commissari d'esame,
il giudice di corte d'appello Matteo Frasca.
Il campanello d'allarme dovrebbe suonare forte. Non si
tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli
strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi
come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero
del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di
chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio
universitario non è riuscito a mettere nella cassetta
degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica,
ortografia, vocabolario.
Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa
dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata
ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa
impressione, perché di italiani che non sanno leggere né
scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001,
quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza
neanche un pezzo di carta, neppure la licenza
elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti
quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma
almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di
meritorie istituzioni come l'Unla, capillarmente
contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione
funzionale per adulti dell'Indire (frequentati l'ultimo
anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un
po', 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri).
Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala
del sapere, però, ecco che l'analfabetismo riappare
dove meno te l'aspetti: ai vertici. Gli studiosi, è
vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si
tratta infatti dell'incapacità brutale di compitare
l'abicì, di decifrare una singola parola; ma della
forte difficoltà a comunicare efficacemente e
comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura.
Ma non è proprio questo l'analfabetismo più minaccioso
del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della
sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha
più paura: "Saper leggere la scritta di un
cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma
non saper comprendere il lessico di un poema, questa non
è alfabetizzazione". Siamo sicuri che l'Italia di
Dante sia messa meglio del Sudafrica?
Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già
magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del
15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame
e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono
prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo
Calvino chiamò l'antilingua? Non saper scrivere
nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento
non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di
dichiararlo all'Istat: mancano quelli che se ne
vergognano). Altri sette leggono solo l'indispensabile
per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su
cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di
cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi
scolastici. Uno su cinque non ha in casa
un'enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in
prestito. "Manca il tempo", "sono troppo
stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche
quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate,
anzi rivendicano il loro illetteratismo come
atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi
non serve", "è un medium lento",
"preferisco altre forme di comunicazione
sociale".
"La società sprintata", come la chiama il
pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della
formazione a Bologna, uno degli autori della riforma
universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la
assecondano: "La trasmissione del sapere
universitario è regredita dalla scrittura all'oralità",
spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il
grado di padronanza della lingua italiana non è mai
messo alla prova. Persino l'arte dell'argomentazione
orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita,
racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti
fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia
fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con
presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi"
d'ingresso sono crocette su questionari". La
competenza linguistica non è considerata un
pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti
cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per
l'informatica, ma non c'è alcun obbligo per quanto
riguarda la buona pratica dell'italiano". Un tacito
accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i
testi d'esame: "Quando un professore assegna più
di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c'è la fila
di studenti che protestano".
Protestano, e poi si sfracellano contro il muro
dell'esame. Sugli esiti dell'idiosincrasia per la
lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito
imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti
l'anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un
esame", racconta il responsabile marketing Maurizio
Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla
radice c'è la difficoltà o la paura di affrontare
testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a
libri di testo ancora simili a quelli delle elementari,
con testi spezzettati, già schematizzati, con tante
figure e specchietti: di fronte al terribile "libro
bianco", fatto solo di pagine di scrittura
continua, restano terrorizzati".
"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare
di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da
noi è difficile perfino reclutare iscritti per i
laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati,
hanno messo a disposizione degli studenti in debito di
lingua. Quello di
Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti:
"Di solito comincio da virgole e
apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una
cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle
bacheche, "esito profiquo", "le chiedo
una prologa", "attendo subitanea
risposta". Ma correggere le asinate non è ancora
abbastanza. "Saper annotare correttamente parole
sulla carta non è saper scrivere" spiega.
"Parlare e scrivere sono due diversi modi di
pensare. Troppi ragazzi escono dall'università sapendo
solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso
continuo di idee non ordinato e difficilmente
comunicabile. Cioè restano mentalmente
analfabeti".
Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre
che il laureato analfabeta non fa necessariamente più
fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro
colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché
interessate a selezionare i propri quadri dirigenti
sulla base delle competenze linguistiche di base. E non
perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi
assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile
delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik,
una multinazionale del ramo macchine per cantieri,
reduce da una lunga selezione di personale laureato, è
come farsi raccontare una serata allo Zelig:
"Quello che se potrei, quello che s'è laureato per
il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo
dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...".
Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per
cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni
delle loro parole. E lei li assume lo stesso?
"Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo
bravi venditori. Quello che deve discutere con i
dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A
quello che deve convincere un capocantiere della Tav
forse serve di più un buon paio di stivali di
gomma".
"Non c'è alcuna sanzione sociale verso
l'analfabetismo con laurea", commenta con sconforto
Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici
italiani. Forse perché non si riconoscono
immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati.
"Fino a cinquant'anni fa l'incompetenza linguistica
era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il
dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla
italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo
tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una
penna, però, carta canta, e le stonature si
sentono". Non è una questione di stile:
l'analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il
paziente che legge sulla sua prescrizione medica
"una pillola per tre giorni", alla fine del
terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola?
"Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono
guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi.
Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo
un venti per cento di quadri segue corsi di
aggiornamento: quattro volte meno della media europea.
Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non
aggiornata, è la rovina di un
paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi
parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma,
quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche
solo un quinto dell'élite dirigente, per De Mauro è
un'emergenza nazionale: "Per il futuro economico
del nostro paese migliorare l'italiano degli
imprenditori, dei professionisti, dei politici, è
perfino più vitale e urgente che migliorare i salari
dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".
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