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INCONTRIAMO
Ratoblanco |
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Il
rock dei Ratoblanco Crea scompiglio |
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Chiara Giani |
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Capita di partire
per fare un'intervista e trovarsi lì a snocciolare le
domande e appuntare le risposte in modo automatico. Capita
altre volte di finire a chiacchierare, consumando tutto il
tempo a disposizione, senza che ne resti neanche un po' per
quello che, da brava inviata, ti eri proposta di chiedere.
In questo caso quello che ti resta è materiale più
difficile da ordinare, ma sicuramente più gratificante.
Marco Mezzetti ha 36 anni e ne ha dedicati un bel po' ai
Ratoblanco, la band toscana con cui suona, canta e per la
quale scrive canzoni che meritano di essere ascoltate. Non
sono brava a mettere etichette e trovare definizioni, quindi
non mi sforzerò per descrivere con due parole cosa e come
suonano i Ratoblanco.
Dirò solamente che nei loro lavori e ancora di più nelle
loro esibizioni dal vivo si sentono una freschezza e una
gioia di fare musica per le quali non si può che provare
rispetto. Tecnicamente perfettibili (come chiunque altro),
concentrati e appassionati nelle loro performance, i
Ratoblanco passano da momenti punk a tenere ballate, da
testi naif a immagini teneramente evocative. Marco ne è
quasi sempre l'autore e non posso che essere curiosa, anzi
entusiasta, di conoscerlo.
Siamo d'accordo di incontrarci per pranzo: oggetto, tra
l'altro, il nuovo lavoro del gruppo (dal titolo
programmatico) Crea scompiglio edito dalla Sonar/Audioglobe;
arrivo qualche minuto prima di lui e mentre lo aspetto,
sotto il sole, penso che è il 21 di settembre e non ho mai
capito se è l'ultimo giorno d'estate o il primo d'autunno,
e non so quale delle due ipotesi metta più malinconia…
Ci sediamo di fronte a un vassoio di pomodoro, mozzarella,
prosciutto e una bottiglia di acqua gasata. Non voglio
partire subito con l'intervista, voglio prima farmi un'idea
della persona che ho di fronte. Altrimenti (e questo
gliel'ho detto) tanto valeva che gli spedissi le domande per
posta elettronica. Mi congratulo con lui per il disco, gli
confesso che mi piace molto, anche se non è sempre stato
così. "Me lo hanno detto in molti," commenta lui,
"sembra proprio che siano necessari diversi ascolti per
farsi piacere Crea Scompiglio, e pensare che temevano
di aver fatto un disco troppo semplice, troppo ascoltabile.
"È proprio questo il punto, confermo io (rischiando di
passare un po' da snob): ci si potrebbe
"scoraggiare" dopo i primissimi ascolti, non tanto
perché l'album sembri troppo complesso, al contrario
perché si può pensare che ci abbia già detto tutto quello
che aveva da dire, sia nella musica che nei testi. Invece
no. Ci sono sfumature, rifiniture, dettagli che non si
colgono da subito, ma che vale la pena di scoprire.
Come è bello scoprire, quasi per caso, che Marco Mezzetti
è un estimatore dei Pearl Jam; i suoi album preferiti sono No
Code (il disco con cui il gruppo si è definitivamente
sganciato dalle origini e ha trovato una sua strada, una sua
originalità) e Versus (contiene i pezzi più belli,
anche se le ballate sono un po' noiose…- ...questa è
pesante, ma te la concedo, va'…). Gli piace il modo in cui
Vedder e compagni scelgono ed eseguono le cover, non sono
mai scontate o scopiazzate.
Fa autocritica su alcune delle sue canzoni, anche con
ironia, storcendo il naso per alcuni passaggi meno riusciti
o per frammenti di testi non all'altezza di altri.
"Scrivere in inglese è sicuramente più semplice,
anche perché nei paesi anglosassoni la critica non ti spara
addosso se quello che dici non è abbastanza cervellotico o
alternativo. Da noi, quando un gruppo evolve verso un
linguaggio più comprensibile si dice che ha tradito. È
successo così a moltissime band italiane, che magari hanno
trovato poi il successo del pubblico ma sono state attaccate
dalla critica e dai loro primi fan. Nei paesi anglofoni
"pop" è un genere, non una denigrazione. Da noi
no. Eppure, prendi un gruppo come gli Strokes, acclamati
dalla nostra critica, traduci i loro testi e guarda che
effetto fa. Chi potrebbe cantarli, in italiano? Nessuno
meglio delle Vibrazioni, che però suscitano tutt'altri
commenti… I testi di questi gruppi sono semplicissimi,
come lo erano le liriche di Elvis e di tutto il primo rock:
mi piace una ragazza, ha gli occhi belli, passo a prenderla
con la mia macchina, usciamo a fare un giro... da noi se uno
scrive una canzone così viene coperto di ridicolo. Forse è
per via anche dell'influenza dei cantautori, che si fa
ancora sentire e per la quale "quella" e solo
quella è la bella musica, in Italia. Il testo, in altri
paesi, è assolutamente secondario, quasi nessuno ci fa
caso. Da noi no".
Da appassionata di scrittura musicale e semiotica del testo,
questa parte non può che appassionarmi. Ma com'è scrivere
canzoni? Si riesce a essere soddisfatti e ad avere la
certezza, o la concreta speranza, di aver saputo trasmettere
quello che ci stava a cuore o che avevamo nella testa? I
rischi sono sempre i due estremi, dire troppo poco o troppo.
In entrambi i casi, il testo "non funziona".
"Quando lavoro sui testi mi accorgo quanto sia
difficile la sintesi" commenta Marco, e riflettiamo
insieme come le canzoni più belle siano spesso brevi,
compiute nella loro sobrietà da sembrare perfette come una
linea rotonda tracciata a mano che si chiude nel punto dove
era iniziata formando un cerchio esatto.
Restando sui testi, personalmente trovo che i Ratoblanco
diano il meglio quando si sganciano dalla politica e
dall'attualità. Soprattutto in Crea Scompiglio, pur
essendo innegabile la forza di brani di "protesta"
(come Non li sopporto più, dedicata all'ipocrisia
della realtà politico-sociale locale, o La Libertà
(inno all'indipendenza e al tempo stesso denuncia delle
contraddizioni del mondo occidentale), le punte più alte
sono toccate da brani come Luna Piena (che ricorda il
De Gregori di Bellamore), Penso a Te (pochi
versi ripetuti come un mantra d'amore e chiusi da un coro
che sembra una ninna nanna africana). Musicalmente non si
può forse fare la stessa affermazione, e da questo punto di
vista i brani più "agitati" sono sicuramente
convincenti.
Ma la composizione non è forse la parte più complessa di
quell'impresa che è la realizzazione di un album. "È
difficilissimo autoprodursi (come abbiamo praticamente fatto
per Crea Scompiglio) e riuscire a ottenere un suono
pulito come quello che abbiamo raggiunto, anche la qualità
degli arrangiamenti è sopra la media. Un merito è stato
anche dello studio dove abbiamo registrato, che si trova
sulla Cassia, appena fuori Siena. Un posto dove abbiamo
lavorato bene e dove vorremmo lavorare anche in futuro. Da
un lato, forse, sarebbe più facile andare lontano, staccare
da tutto e da tutti per una settimana e stare in studio a
giornate intere. Così però avevamo il vantaggio di poter
uscire dal lavoro, o concludere i nostri impegni quotidiani
e scappare a registrare, a qualunque ora." Già,
perché i Ratoblanco fanno tutti altre cose, chi studia e
chi lavora. "La musica come professione non mi è mai
sembrato un obiettivo raggiungibile, realistico. Sono
pochissimi quelli che ce la fanno. Credo che non mi si
presenterà mai la decisione di scegliere tra lavorare e
fare il musicista professionista" (e lo dice con un
sorriso sincero più che con rassegnazione).
E' indubbio che nello scrivere canzoni uno non porti solo il
suo istinto o le sue sensazioni, ma anche tutto il bagaglio
della propria formazione musicale, di ore e ore di ascolto.
"Sono cresciuto con gli U2, gli Smiths, i Clash. Le
band che più ti segnano sono quelle che segui
nell'adolescenza e nella prima gioventù. Forse per questo
la scena di Seattle mi ha affascinato poco, perché quando
è esplosa ero già grandicello e non mi sono fatto
trascinare da nessuna di quelle band, ad eccezione dei Pearl
Jam che stimo e che ascolto. Mi piace sentire in Eddie
Vedder l'influenza dei Ramones, degli Who, è così chiara,
autentica. Lui riesce a fare "sue" quelle canzoni,
non fa il verso a nessuno."
E con le cover si cimentano anche i Ratoblanco.
Li abbiamo sentiti a Gualdo Tadino (posto
difficilissimo da raggiungere indipendentemente da quale sia
il punto di partenza, ve lo assicuro) insieme ad altre band
in una serata organizzata da Altrocioccolato, associazione
impegnata nella promozione del commercio equo e solidale che
senza polemiche propone una manifestazione alternativa negli
stessi giorni della perugina Eurochocolate. Il gruppo di
Colle Val d'Elsa è il secondo a esibirsi in un Palasport
fumoso e pieno per tre quarti. La loro esibizione è a dir
poco convincente, vengono proposti buona parte dei pezzi
dell'ultimo disco e un pugno di brani del vecchio repertorio
(su tutte Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo) e
un paio di omaggi agli ispiratori della band (una London
Calling venuta benissimo, pulita e appassionata).
Senza atteggiarsi a improbabili divi (viziuccio condiviso a
mio parere da molte band locali), con la dovuta sicurezza e
un invidiabile senso della misura, questi cinque ragazzi
fanno musica (in studio ma soprattutto sul palcoscenico)
prima di tutto per divertirsi e divertire, poi per far
sentire quello che hanno da dire, in modo diretto, semplice
ma non banale.
Lunga vita ai "Rato". |
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