Rem all'Arena civica di Milano 26/7/2008
Emozioni a cuore aperto e svolta rock
Roberto Conti

Non c’è niente di più democratico di un concerto all’arena civica di Milano, cornice incantevole che ha ospitato i R.e.m. lo scorso sabato 26 luglio. L’Aura e gli Editors hanno fatto da supporto. Democratico perché anche da fuori il concerto si sente che è una meraviglia e i 40 euro delle tribune più lontane appaiono quanto mai spesi male, nonostante i maxi schermo che addolciscono la lontananza dal palco.
Il pubblico è quello delle grandi occasioni, entusiasta di ascoltare il gruppo di Athens in gran spolvero rock, dopo la sterzata di Accelerate che ha dato nuova linfa anche a brani più sommessi degli precedenti dischi.

Michael Stipe è in gran forma e gli anni per lui sembrano non passare mai, cosa che non si può dire di Mike Mills e Peter Buck, almeno dal punto di vista fisico. La scaletta attinge a piene mani a tutto il repertorio e non privilegia particolarmente l’ultimo disco, da cui sono state proposte Man sized wreath e Supernatural supererious.
Nella prima parte non sono mancati numerosi “brani storici”: Fall on me, Driver 8, The one I love, Orange crush, oltre all'immancabile Losing My Religion che ha scaldato un pubblico caloroso ma che avrebbe sicuramente potuto dare di più.
Particolarmente riuscite anche le esecuzioni di canzoni meno datate come Animal, Imitation of life, Bad day, The great beyond, queste ultime davvero trascinanti.

La scaletta è stata lunga e come detto molto variegata: il primo vero boato del pubblico arriva al terzo brano con What's the frequency Kenneth?, poi ci hanno pensato i successi tratti dai dischi della lunga carriera della band americana (The wake-up bomb, So fast so numb, Electrolight) a mantenere alto il livello emotivo. Unici episodi leggermente sotto tono la mesta Living New York e la chiusura con Man on the moon, pezzo ok, ma certo non tra i più trascinanti. Si accendono i grandi fari dell’Arena civica. Il concerto è finito. E’ confortante che ci siano ancora band come i R.e.m, maestri di eleganza, di impegno sociale e capaci ancora una volta di regalarci emozioni a cuore aperto.

 

Rem
Live al Forum di Milano 15.1.2005
Milena Ferrante
 

Decisamente a Michael Stipe avrebbe dovuto allungarsi il naso, ma non l'abbiamo notato. Era lui che ci diceva non più tardi di settembre di avere una fiducia illimitata nei pezzi del nuovo disco, Around the Sun, il cui tour promozionale europeo ha fatto tappa in un Forum esaurito, caloroso quanto basta pur senza strafare. Eppure sono stati proprio i brani nuovi a presentarsi in stato di forma leggermente precario. High Speed Train non ha ancora risolto l'annoso problema che sta nel missare l'anima dentro ai campionamenti, e anche Leaving New York sta ancora con i piedi piuttosto fissi a terra. A volare alto, invece, è la tripletta d'esordio: i Rem, quarantasette anni di media, ci danno la sveglia con vecchie gemme come Finest Worksong, Begin the Begin e Departure. Stipe in forma smagliante, giacca nera, cravatta arancione e la solita fascia scura da mago dipinta attorno agli occhi, fa pratica da subito con le sue mosse glam e così non c'è verso: le prime file sono già in ginocchio e il pubblico ai suoi piedi.
Oggi, forse, non esiste frontman più energico e insieme elegante. Stipe prende in mano il concerto dall'inizio alla fine, immobile sulle note dell'assolo sghembo e lancinante di un preciso Peter Buck in Country Feedback, trascinante e smodato in una massiccia, chiassosa versione di Imitation of Life presentata come "il nostro primo numero uno in….Giappone". Che dire quando si avvicina a Mike Mills per affiancarlo ai cori e gli si inginocchia come davanti a un dio greco? Mills del resto sta al gioco: il bassista sfodera una giacca di lustrini come premessa, poi si scatena in esilaranti pose da hard rocker per i fortunati delle prime file. Comprimari di lusso i polistrumentisti Scott McCaughey, Ken Stringfellow e l'ex-Ministry Bill Rieflin alla batteria. Lo scenario, composto di raffinatissime luci al neon, completa il quadro. Ma sarebbe solo questa la fama dei Rem? Niente affatto. Prendere Seven Chinese Brothers ripescata addirittura dal lontanissimo 1984. Un gioco di chitarre che mi ricorda le trame soffici di Band of Susans, e che ora suona modernissimo e sofisticato, leggiadro e voluttuoso davanti a 13.000 persone. Sono sicura che qualcuno ha pianto sulla versione straziata di Everybody Hurts e rinnegatol'amore sulla progressione western di The One I Love ma è questa filastrocca infantile a lanciare il gruppo verso un'altra dimensione. Sono i meravigliosi Rem che abbiamo amato e sono ancora lì "nonostante gli anni e nonostante i tempi". Sono ancora i Rem "impegnati". Stipe si scusa pubblicamente per l'arroganza degli USA introducendo con un lungo monologo i due pezzi "politici" del nuovo disco I Wanted to Be Wrong e Final Straw. "Il nostro paese è un posto in cui gente come me talvolta si sente persa", dice. "Ho iniziato il 2005 con una nuova morale: l'ho rubata a Joseph Arthur e dice che non mi arrenderò". Ne siamo sicuri. I Rem "camminano senza paura", anzi corrono. Peter Buck salta alla Pete Townshend e la band chiude con la sfrenata Permanent Vacation e l'inedita I'm gonna DJ prima del finale a mani alzate di Man on The Moon. Facciamo che ce li teniamo sulla terra, ancora per un po'.

 
 
 
 
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