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Interviste e dietro le quinte
On the road con i grandi scrittori, da Sepulveda a Giordano
Dicembre 2008 - Barbara Bozzola, Roberto Conti, Emanuele Navazza

Qui a Novara c'è un festival letterario che si chiama Scrittori&Giovani. Ha un nome a mio avviso discutibile, che attira pochissimo e sa di vecchio anche se contiene la parola 'giovani' e un'accattivante & commerciale: la città viene tappezzata di manifesti blu oltremare con sopra una ragazza anonima che legge un libro che se lo guardi bene è un dizionario, probabilmente vecchio anche quello...
Superata questa prima barriera si scopre invece che questa rassegna è una gran bella cosa, vengono fior di autori che incontrano il pubblico e i ragazzi delle scuole. Quest'anno (è il 2008 e siamo alla terza edizione) ci sono stati più di 30 eventi, tra incontri ed una variegata serie di iniziative collaterali.
Qui vi proponiamo i più salienti, grazie all'attenzione di amici e colleghi giornalisti che hanno offerto la propria cronaca e il proprio punto di vista. C'è poi una mia riflessione, una nota o un commento da "interno" (evidenziata in giallo), attraverso un non sempre roseo point of view di chi ha avuto la fortuna di accompagnare gli scrittori durante le tre estenuanti settimane dell'evento.
Roberto Conti


PAOLO GIORDANO
Il copioso successo della solitudine dei numeri primi non ha montato la testa del giovane scrittore torinese che non si risparmia nell'incontro con i ragazzi

Se impressionano le otre 800mila copie vendute da Paolo Giordano con la sua opera d’esordio “La solitudine dei numeri primi”, altrettanto sbalorditivo è stato il successo del giovane scrittore torinese alla rassegna Scrittori & Giovani: oltre 300 ragazzi nell’incontro mattutino dello scorso venerdì 24 ottobre alla facoltà di farmacia ed altrettante persone, giovani e meno giovani, a quello pomeridiano all’auditorium del Conservatorio Cantelli. E dire che il vincitore del Premio Strega non è amante delle grandi folle: “Non sono un timido, ma certamente non mi piace espormi e quando salgo sul palco devo forzare questo mio modo di essere”. E’ torinese e si vede, riservato, un po’ schivo, cortese e consapevole di sé. E’ un giovane e con i giovani gioca le sue carte migliori: “Con i ragazzi è più difficile, devi conquistare la loro attenzione ed il loro interesse. Mi vedono come un loro coetaneo e quindi manca quell’autorevolezza gratuita che si dà alle persone adulte... La fatica però viene ricompensata dal rapporto che si istaura: gli incontri sono più vivaci, il dibattito spesso ti stupisce e nella marea di domande si nota una freschezza straordinaria e si colgono aspetti molto positivi. Ad esempio registro sempre un’opposizione ed un contrasto continuo al malessere contenuto nel libro: questo è un bene, significa che l’ottimismo appartiene ancora alle nuove generazioni”.
Malessere, tristezza, dolore: sentimenti che trasudano copiosi dalle pagine del romanzo di Giordano. Un aspetto che non sfugge come quello della “costruzione matematica” che emerge già dal titolo: “Inizialmente il romanzo doveva intitolarsi “Dentro e fuori dall’acqua”, poi il mio editore ha insistito per un titolo diverso e mi sono fidato... a conti fatti ho fatto bene. In realtà la matematica, la fisica e la scienza in generale non sono temi centrali del romanzo, ma certamente la struttura simmetrica del racconto e la scelta del linguaggio, molto precisa rimandano esplicitamente ad una costruzione matematica”.
Del resto Paolo Giordano è laureato in fisica ed è un ricercatore ancora prima di essere uno scrittore: “Certamnete fino a poco tempo fa quello dello scrivere era semplicemente un hobby importante nella mia vita, ma soltanto un hobby. Oggi le cose sono cambiate sarei uno stupido a vivere questa esperienza come se fosse un passatempo”. Si annunciano, quindi, nuovi racconti e romanzi in cui magari si riverseranno anche le esperienze sconvolgenti di un successo arrivato copioso e senza preavviso: “In effetti la mia vita è cambiata molto e questo aspetto mi ha sempre fatto un po’ paura perchè queste situazioni rischiano di rovinare molti rapporti. Da qui forse la scelta di gestire la cosa in solitudine, magari con un atteggiamento un po’ distaccato, per poi poter rientrare appieno e con stabilità nella mia vita di tutti i giorni”.
Emanuele Navazza

A pranzo con Paolo Giordano
Paolo, finalmente possiamo scambiare due parole senza essere assaltati da fan in cerca di autografi, assessori vari o giornalisti...
Sai, credo che una mia compagna delle superiori studiasse fisica con te a Torino. Si chiama Benedetta, la conosci?
No, non mi pare.
Il cameriere: Che cosa ordinate?
Per me un filetto al pepe, dice Paolo. Per me una pizza alla rucola. Io (parla Francesca, la ragazza toscana dell'ufficio stampa Mondadori che accompagna Paolo) dei tagliolini con le vongole.
Allora Paolo, soddisfatto dell'incontro di stamattina, chiedo?
Sì, certo. E' sempre bello incontrare i ragazzi!
(...) E a te Roberto è piaciuto il libro?
Ma a dire il vero non l'ho ancora letto tutto, comunque sì. Lo trovo molto vicino al mio modo di esprimermi e anche di essere. Credo che la descrizione dei rapporti umani sia vicina alla maggior parte dei rapporti che vivono i giovani oggi: c'è molta solitudine, vuoto, ma anche una speranza di fondo a cui si tende. Siamo combinati male, insomma!
Arriva il cibo!
Sai, dico io, il libro l'ho trovato un poco moltheniano. Conosci Moltheni (io ho un po' una fissa per lui, rido).
Sì, certo che lo conosco. In effetti le atmosfere sono un po' le medesime delle sue canzoni.
Bhe, se come hai detto stamattina faranno un film tratto dal libro, sarebbe la colonna sonora perfetta!?
Sì, forse... Devo aggiornarmi sulle ultime cose (ridiamo).
Ti piace andare in giro a fare presentazioni, chiedo ancora?
Sinceramente essere sempre fuori casa e viaggiare molto mi pesa. Mi mancano un poco gli spazi per dedicarmi all'università, ma anche alla scrittura e al mio privato.
Roberto Conti



FEDERICO MOCCIA
«Il libro è un amico fedele a cui confidarsi»
Federico Moccia accolto come il cantante di una boy band dai giovani che hanno assistito all’incontro alla Facoltà di Economia. Lo scrittore romano ha svelato le ricette del suo successo e invitando i ragazzi ad andare oltre i suoi romanzi
Caccia aperta all’autografo, applausi e grida... sembrava quasi di stare ad un concerto dei Tokio Hotel, dei Jonas Brothers o degli italici Finley (scegliere a caso tra leband che vanno per la maggiore tra i teenager ndr): il fenomeno Federico Moccia arriva a Novara per la rassegna Scrittori & Giovani. Un incontro particolare quello dello scrittore più amato dai ragazzi che cade proprio nel giorno dello sciopero generale della scuola, ieri (giovedì 30 ottobre 2008), nell’aula magna della Facoltà di Economia. Un’ora e mezza intensa quella che Federico Moccia  e il giornalista Armando Besio regalano ai giovani accorsi numerosi, non quanto ci sia aspettava probabilmente... c’era una manifestazione a cui partecipare. Un’ora in cui l’autore che “con buona pace dei critici - secondo Besio - troverà almeno un posticino nella prossima antologia della letteratura italiana” ha spaziato dalla produzione letteraria ai ricordi personali con il suo fare pacato e coinvolgente: lo stesso che pervade i suoi romanzi.

“Quando leggi un libro perdi l’orientamento - spiega Moccia - vivi una realtà diversa a un certo punto ti ritrovi a ridere o a piangere mentre scopri le avventure dei tuoi amici: i personaggi”. Ecco il segreto dell’autore romano che ha conquistato una generazione di lettori con le sue storie costruite intorno alle vicende dei più giovani: “Quando stai scrivendo devi saper cogliere i messaggi che ti lanciano i ragazzi. Più si riesce ad entrare nel loro mondo, arlare come loro, pensare come loro e più il romazo è vero. Il libro così diventa un amico educato che ti sta accanto, con cui ti puoi confidare perchè non ti giudica”.
Una ricetta “semplice” per arrivare dritto ai cuori dei teenager, ma l’autore si augura che i ragazzi non si fermino a Moccia: “Leggete. C’è molto altro al di fuori di Moccia, cè molto di meglio... spero che ciascuno dei ragazzi che hanno cominciato a leggere con i miei romanzi sviluppino un proprio percorso”. E non mancano alcuni consigli per gli acquisti dai classici, Fitzgerald e Hemingway, ai contemporanei Nick Hornby, per svelare infine un segreto: “Martin Eden di Jack London... leggete questo libro e scoprirete da dove ho preso spunto per costruire il personaggio di Step protagonista di “Tre metri sopra il cielo”. Non resta che leggere per svelare il mistero...
Emanuele Navazza


DIETRO LE QUINTE
CON PAOLA MASTROCOLA E  BENEDETTA CIBRARIO
Paola, Benedetta, il treno e...  le insegnanti
Povera Paola Mastrocola, signora distinta e simpaticissima. Incurante della superstizione si presenta all'incontro tutta vestita di viola. Lei è una professoressa e anche una scrittrice. Vorrei parlare di libri, ma finisco sempre a parlare di scuola, mi confida nel breve tragitto dalla stazione all'auditorium dove si tiene l'incontro.
Non mi piace parlare di scuola, speriamo che l'incontro non vada in questa direzione...
Aspettiamo qualche minuto e il salone si riempie. Ci saranno 100 persone. Almeno 70 sono insegnanti. Venti i mariti o compagni delle insegnanti. Gli altri dieci siamo io, una mia collega (peraltro figlia di un'insegnante), un tecnico del suono, la libraia al banchetto vendita e sei persone che sono venute per fare una cortesia all'assessore (naturalmente... pure lei insegna) che ha organizzato l'incontro.
Paola Mastrocola è avvincente nel parlare dei suoi libri: li scrivo tutti in prima persona, cerco di farlo in terza ma non ci riesco... Gli scostati, i suoi personaggi, avvincono, piacciono nel loro trovarsi sempre un po' fuori luogo.
Le insegnanti partono ben presto alla carica: "Signora Mastrocola, può commentare la riforma della ministra Gelimini?... Ma in che direzione va la scuola italiana?... Quale futuro per i nostri ragazzi?..."
Menomale che si doveva parlare di libri...
L'incontro termina... Le insegnanti si accalcano per farsi firmare una copia del libro rigorosamente donato loro (ossia gratis) dall'assessore.
Care signore... L'autrice ha il treno!, dico io con tono un poco hitleriano.
"Bla, bla, ma dove va la scuola?... Bla, bla... Oh, cara collega sa che..."
Il treno non aspetta! Su, su!
"Bla... bla..."
Corsa in stazione. Ce l'abbiamo fatta (stavolta).
***
Analogo scenario per Benedetta Cibrario al liceo classico.
L'incontro alle 12.30 è terminato. Lei splendida e signorile ha accattivato i ragazzi, raccontando di una scrittura aristocratica e minuziosa. Rossovermiglio è stato letto dai ragazzi nei minimi dettagli. Le domande preparate e scritte su veline di carta sono molto tristi... assolutamente impersonali, sciape, non incuriosiscono nessuno. Poi sono tantissime e i tempi si dilatano. Mia Peluso, la presentatrice ricorda che alle 13 c'è il treno. Allora l'incontro finisce.
Le insegnanti mormorano perché non tutte le domande sulle veline sono state recitate. (Che sarà mai, ne hanno già fatte un centinaio!)
Ecco, il rito si ripete. La firma copie (naturalmente date in omaggio). Poi le domande sulla scuola... bla, bla, bla.
L'autrice ha il treno, ricorda il preside. Ma le insegnanti non mollano, la campanella per loro suona alle 13!
"Quale futuro per i nostri ragazzi?... Come appassionarli alla scrittura?"
Gentile professoressa, mi scusi, l'autrice deve andare a prendere il treno!, ricordo con tono fin troppo gentile.
"Mi lasci finire, noi insegnanti abbiamo il diritto di chiedere... siamo semprele più bistrattate...  bla, bla..."
Corsa in stazione. Treno andato.
Roberto Conti


EVGENIJ EVTUSHENKO
A Palazzo Natta le rime di Evtushenko
Il maestro Russo e la sua lirica: «La poesia ha il potere di riunire»

“Ero il numero uno dei peggiori poeti dell’ex Unione Sovietica quando ho pubblicato i miei primi versi a quindici anni”. Oggi Evgenij Evtushenko di anni ne ha quasi 75, sta curando un’edizione della storia della letteratura russa e l’estate scorsa ha attraversato le ex repubbliche sovietiche con 54 recital... di strada ne ha fatta e ce ne accorgiamo osservandolo preparare il recital che ieri sera ha riunito nel Salone della Prefettura di Palazzo Natta, per la rassegna Scrittori&Giovani una folla di appassionati e curiosi. Un vero e proprio processo creativo quello della stesura della scaletta, l’accordo con il pianista ed accompagnatore e la lettura stentorea, partecipata, teatrale dei versi scelti per i novaresi.
Un anziano signore dagli occhi azzurri e vispi che di fronte alla parola scritta riprende il vigore di un tempo, quel vigore intellettuale che negli anni ‘50 lo pose in netto contrasto con la dottrina del realismo socialista quasi per caso, secondo lui: “L’unica cosa in cui eccellevo veramente erano le rime. Mi studiai un dizionario di russo e cominciai a cercare nuove rime. La mia allora era una pratica assolutamente tecnica, un esercizio di stile che si tradusse nel mio primo libro... fu un bene perchè quando la poesia si riempie di contenuti se non c’è una grande tecnica la sostanza viene svilita...”. Guaio in cui Evtushenko non aveva alcuna intenzione di incappare: le sue idee dovevano passare limpide e forti allora come oggi. “Allora un grande aiuto arrivò proprio dall’Italia. Fu il cinema neorealista: in Unione Sovietica le case cadevano a pezzi, mancava il cibo, non c’erano neppure i vestiti, ma nei nostri cinema le pellicole erano controllate mostravano solo grandi feste, banchetti, gente felice... il neorealismo è stato il maestro della nostra generazione di poeti e scrittori”. Una generazione quella di Evtushenko che ha scelto di combattere la censura: “Era un grande nemico certo ma la lezione morale che ci arrivava dal Neorealismo fu proprio quella che lo scrittore doveva essere la voce del popolo, la voce di chi voce non ha... la parola scritta doveva raccontare il mormorio della gente”.
“Per assurdo - prosegue Evtushenko - quella stessa censura che noi combattemmo fu un amplificatore del nostro pensiero: ricordo che quando Krusciov, che era un ignorante ma anche un buono in fin dei conti, mi attaccò pubblicamente mi arrivò un telegramma di Pasolini che mi fece i complimenti scrivendo che la peggior censura era l’indifferenza: aveva visto giusto...”.
Se la penna è un’arma Evgenij Evtushenko ha trascorso una vita in trincea, ma senza rimpianti: “Mi sento un uomo felicissimo. Ho cambiato con i poeti e gli scrittori della mia generazione la letteratura russa, allontandaola dallo stereotipo fintamente puritano e dalla castrazione emotiva cui era sottoposta”. Un uomo che ha vissuto ogni attimo e che ha accumulato esperienze, ricordi, emozioni ma che si illumina quando parla del suo primo amore: la poesia. E quando gli ricordiamo alcuni suoi versi da “Uomini”, poema sull’ineluttabilità del destino e della morte la risposta è ineluttabilmente spiazzante: “La gente che non è mai triste è gente imbecille. La disperazione aiuta ad essere forti perchè non ti lascia altra scelta... la poesia in generale ha la forza di muovere gli animi, di parlare al cuore, ha soprattutto la forza di unire, la stessa forza che ha letteratura ma che purtroppo non ha la politica, dovrebbe averla ma non ce l’ha”. Lo dice un poeta che ha conosciuto un “cowboy” di 28 anni di nome Evgenij in Oklaoma: sua madre partorì poco dopo un suo recital, era il 1980. La guerra fredda era una realtà, il muro di Berlino pure, ma il passaporto della poesia appartiene a tutti gli Stati...
Emanuele Navazza


LUCREZIA LERRO
Oh donna, fai sentire la tua voce, pur flebile e silenziosa, ma falla sentire!

Lo cercano tutti da sempre, Il rimedio perfetto per essere felici. E probabilmente, nessuno ancora l’ha scovato. Nemmeno lei, Lucrezia Lerro, giovane autrice salernitana che ha intitolato proprio così il suo secondo libro edito da Bompiani nel 2007 e che, esplorando i meandri della sofferenza e del disamore, ha percorso al fianco dei suoi personaggi l’intera, seppur ancora agli inizi, carriera letteraria.
“E’ abitudine degli scrittori emergenti – ha spiegato il giornalista de ‘Il Sole 24 ore’ Armando Massarenti che ha accompagnato l’autrice durante gli incontri della rassegna novarese ‘Scrittori e giovani’ –  raccontare storie autobiografiche; fortunatamente per Lucrezia Lerro non è così. Nel suo stile asciutto, così vicino alla poesia da cui proviene, l’autrice consegna ai lettori vicende di altre di cui però è in grado di scandagliare i più profondi abissi dell’emozione”. Sono sempre donne, infatti, le protagoniste della trilogia di romanzi di cui questa voce narrante che contiene in sé il calore del Meridione e l’impietosa freddezza del contemporaneo, è artefice. Nel primo, Certi giorni sono felice (Pequod, 2006), attraverso la voce di una madre disperata narra la vicenda terribile della giovane ‘Scoiattolina’, corrosa nel corpo e nell’anima da un’anomala forma di anoressia. Con Il rimedio perfetto, sotto i riflettori si pone la storia della piccola Alice, moderna Cenerentola bistrattata da una nonna malvagia e da una maestra umiliatrice e al contempo abbandonata da genitori troppo deboli. E infine, a chiudere il cerchio, c’è Elsa, protagonista di La più bella del mondo (Bompiani, 2008) che subisce la violenza e l’ignoranza di un uomo bello ma senza scrupoli che la costringe, in modo subdolo, ad abortire clandestinamente.
“Ogni donna – ha dichiarato l’autrice – ha purtroppo insito il seme dell’autolesionismo; per questo nei miei libri ho deciso di raccontare il dolore perché quest’ultimo non si sceglie, capita e basta. E alle donne capita più spesso perché nella maggior parte dei casi tocca a loro soffrire per due”. Quello percorso da Lucrezia Lerro è un itinerario nelle viscere dell’essere umano, intrapreso per combattere contro le proprie paure (rappresentate dal cibo, dalla solitudine, dalla gravidanza) e aprire finalmente la porta ad una seppur flebile, speranza (“Ero una bambina golosa di gelati, di torroni, cioccolata, mandorle glassate, frutta candita e caramelle. Ne rubavo e andavo a nascondermi, poi mi torturavo i capelli per ora senza sapere perché” – da Il rimedio perfetto). Esistenze in cui si avvicendano dolori, frustrazioni, inquietudini e in cui la realtà si tramuta in un inferno quotidiano.
Ma una piccola luce che sa condurre fuori dagli abissi, sembra rimanere sempre accesa: “Adesso lo so e so anche che il rimedio perfetto è l’amore. Il rimedio di tutto”. E il lettore se ne convince, coinvolto emotivamente dalla storia e trascinato dallo stile: semplice, versatile, dai periodi concisi, taglienti, energici.
“I titoli dei miei libri sono degli ossimori. Frasi volutamente positive che fanno da contenitore a vicende difficili, disperate”. Talvolta, che sfiorano limite del grottesco. Un espediente efficace per esibire le contraddizioni del reale. “Non capisco – ha concluso la scrittrice - perché bisogna sempre aspettare la fine, per essere felici”. Forse perché è innata nell’essere umano quell’inquietudine curiosa che muove costantemente la ricerca e che purtroppo, talvolta, fa imbattere nel male o forse perché è solo lì, solo al limite, che quel ‘rimedio perfetto’ tanto agognato, fa almeno capolino.
Barbara Bozzola


DIETRO LE QUINTE
A cena con Lucrezia Lerro e Giulia Carcasi

Andare a cena con gli autori è un piacere. Quando però ci vai da due settimane consecutivamente (e queste ore non sono retribuite e tolgono quel poco che rimane della mia vita privata e precaria) lo spirito non è sempre dei migliori.
Questa sera l'atteggiamento è quello pocanzi descritto.
A tavola siamo in sei. Presto la discussione si dirige su temi letterari, verso i quali non ho nessuna intenzione di avventurarmi poiché leggo poco e soprattutto, non ho le conoscenze per raccontare i dietro le quinte che tutti gli altri commensali (scrittori e non) sembrano tirar fuori a piene mani da un cappello a cilindro.
Conosci questo, hai letto quello? Si incomincia così... poi dopo qualche bicchiere di vino si arriva a parlare agli oggetti ritrovati negli sfinteri della gente la notte al pronto soccorso.
Giulia Carcasi oltre a fare la scrittrice è laureata in medicina e lavora in ospedale... quindi certe cose le ha viste con i propri occhi. Noi possiamo aggiungere solo il sentito dire, comunque non ci risparmiamo.
Ma come siamo arrivati a questo discorso?
Forse è partito tutto da una domanda su Cento colpi di spazzola... Comunque poco importa. La serata prende una piega allegrissima e confidenziale.
Poi Giulia e Lucrezia raccontano come sono arrivate alla scrittura: c'è l'urgenza, quella di comunicare. C'è il desiderio di non tacere. E l'amore per la scrittura, naturalmente.
Lucrezia arriva da un paesino del salernitano. E' passata per la poesia. Quando la senti parlare sembra che si squarci il petto e lasci battere il cuore all'aria aperta. E' empatica e forte. Mi trasmette molto e mi fa venire voglia di leggere i suoi libri che sono là sul comodino.
Racconta storie di donne. L'urlo silenzioso è uscito dalla carta ed è arrivato a tanti lettori, libro dopo libro. Un passettino per volta, con tenacia lei ce l' ha fatta, ha trovato una strada per arrivare.
Giulia Carcasi ha cominciato da piccolissima con i concorsi - lo ha detto il giorno seguente anche ai ragazzi delle magistrali - Ho provato molti concorsi (diffidate da quelli a pagamento, ha ribadito) e quando avevo 16 anni ne vinsi uno. Però non ritirai il premio nelle Marche perché avevo dei problemi familiari, così un bel giorno mi chiesero di andare a ritirarlo a Roma, in occasione della presentazione di un libro. Il caso volle che in quella occasione conobbi Erri De Luca; fu incuriosito e mi chiese di leggere del materiale. Gli mandai qualcosa e lui mi disse "sei destinata alla scrittura". Nei mesi successivi ci scrivemmo spesso e mi diede molti consigli. Mi disse che la mia scrittura reggeva, ma che mi mancava la storia... Dopo qualche tempo gli mandai Ma le stelle quante sono... Non lo sentii per parecchio tempo. Credevo di averlo deluso!
Poi mi chiamò Feltrinelli... e io con l'inesperienza di una ragazzina andai a Milano a firmare il contratto...
Poi la cena prosegue con tante altre belle storie... fino alla buonanotte.
Roberto Conti


LUIS SEPULVEDA
Un bagno di folla per Luis Sepulveda
Scrittori&Giovani raduna il popolo dei lettori novaresi per l’ultimo atto

“Alle mie presentazioni, quando sono molto fortunato, ho di fronte duecento persone... quando accompagno l’amico Luis, mi sembra di essere una rock star”. Bruno Arpaia, scrittore e giornalista napoletano, non può che sottolineare l’incredibile affluenza di pubblico che ha caratterizzato l’ultimo appuntamento della rassegna Scrittori&Giovani quello con Luis Sepulveda.
L’aula magna della facoltà di economia ha faticato a contenere l’entusiasmo dei novaresi giunti in massa fino ad occupare anche gli angoli più reconditi dell’auditorium: un successo che suggella quello complessivo di una manifestazione che ha risvegliato la voglia di cultura in tutta la provincia. Il calore del pubblico non ha fatto altro che esaltare le doti oratorie e narrative dello scrittore Cileno che ha intrattenuto a lungo i presenti regalando aneddoti, ricordando l’incontro con Evtushenko, altro protagonista dell’edizione 2008 di Scrittori&Giovani, ed il loro “viaggio” per incontrare Neruda. C’è stato naturalmente il tempo per parlare anche dell’ultima fatica letteraria “La lampada di Aladino” in cui l’autore omaggia anche due “amici” molto particolari: “i protagonisti di Il Vecchio che leggeva romanzi d’amore, volevo far sapere a tutti che stavano bene e che si tenevano in forma...”.
Tanta letteratura e tanto impegno civile per Luis Sepulveda che riflettendo sul tema della rassegna letteraria, la libertà, ha sottolineato: “Dovrebbe essere una parola importante nel vocabolario di tutti, certo che quando un “cretino” come Bush la pronuncia perde di significato... è un po’ come quando un alcolizzato parla di acqua o un prete parla di sesso. Obama? Diversamente da Bush, che ha lasciato in eredità al suo paese una tremenda guerra e una crisi economica profonda oltre che la conferma che il sistema capitalistico nella sua accezione più perversa, quella liberista, ha fallito perchè mancante di un elemento cardine come l’etica, ha scelto di giocare la sua sfida sulla situazione interna degli Stati Uniti evitando di ripetere continuamente che i destini del mondo dipendono da lui e dalla sua nazione”. Non ha peli sulla lingua lo scrittore sudamericano più amato in Italia e proprio al Belpaese rivolge un’altra riflessione: “Se dovessi sfregare la lampada di Aladino chiederei due cose al genio: più coraggio e più intelligenza civica, di quest’ultima si sente molto la mancanza. Pensiamo proprio all’Italia: non posso dimenticare che il popolo per la terza volta ha dato a Berlusconi la possibilità di guidare il Paese... un grande atto di irresponsabilità”.
Dalla critica politica, che investe anche il suo sudamerica in cui convive l’anima “populista di Hugo Chávez” e quella “progressista di Lula”, a quella letteraria che consente di aprire una interessante finestra sui gusti di Sepulveda in riferimento ai colleghi italiani: “Sono un fan sfegatato di Camilleri: aspetto con maniacale impazienza l’uscita dei suoi libri. Mi piacciono molto anche Lucarelli e Tabucchi e sento la mancanza della scrittura innovativa di Laura Grimaldi”. Ritorna poi la sua passione per il romanzo d’avventura: “Ho vissuto una vita intensa, è il mio modo di approcciare il mondo ed è chiaro che le esperienze personali si riversano nei romanzi... forse è per questo che adoro i grandi romazi di avventura - se ne vedono sempre di meno - che però non devono essere scritti necessariamente da un avventuriero, penso a Salgari ad esempio...”.
Emanuele Navazza

 

on line da ottobre 2004