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Qui a Novara c'è un festival letterario che si chiama
Scrittori&Giovani. Ha un nome a mio avviso discutibile,
che attira pochissimo e sa di vecchio anche se contiene la
parola 'giovani' e un'accattivante & commerciale: la
città viene tappezzata di manifesti blu oltremare con sopra
una ragazza anonima che legge un libro che se lo guardi bene
è un dizionario, probabilmente vecchio anche quello...
Superata questa prima barriera si scopre invece che questa
rassegna è una gran bella cosa, vengono fior di autori che
incontrano il pubblico e i ragazzi delle scuole. Quest'anno
(è il 2008 e siamo alla terza edizione) ci sono stati più
di 30 eventi, tra incontri ed una variegata serie di
iniziative collaterali.
Qui vi proponiamo i più salienti, grazie all'attenzione di
amici e colleghi giornalisti che hanno offerto la propria
cronaca e il proprio punto di vista. C'è poi una mia
riflessione, una nota o un commento da "interno"
(evidenziata in giallo), attraverso un non sempre roseo
point of view di chi ha avuto la fortuna di accompagnare gli
scrittori durante le tre estenuanti settimane dell'evento. Roberto
Conti
PAOLO
GIORDANO
Il copioso successo della solitudine dei numeri primi non ha
montato la testa del giovane scrittore torinese che non si
risparmia nell'incontro con i ragazzi
Se
impressionano le otre 800mila copie vendute da Paolo
Giordano con la sua opera d’esordio “La solitudine dei
numeri primi”, altrettanto sbalorditivo è stato il
successo del giovane scrittore torinese alla rassegna
Scrittori & Giovani: oltre 300 ragazzi nell’incontro
mattutino dello scorso venerdì 24 ottobre alla facoltà di
farmacia ed altrettante persone, giovani e meno giovani, a
quello pomeridiano all’auditorium del Conservatorio
Cantelli. E dire che il vincitore del Premio Strega non è
amante delle grandi folle: “Non sono un timido, ma
certamente non mi piace espormi e quando salgo sul palco
devo forzare questo mio modo di essere”. E’ torinese e
si vede, riservato, un po’ schivo, cortese e consapevole
di sé. E’ un giovane e con i giovani gioca le sue carte
migliori: “Con i ragazzi è più difficile, devi
conquistare la loro attenzione ed il loro interesse. Mi
vedono come un loro coetaneo e quindi manca quell’autorevolezza
gratuita che si dà alle persone adulte... La fatica però
viene ricompensata dal rapporto che si istaura: gli incontri
sono più vivaci, il dibattito spesso ti stupisce e nella
marea di domande si nota una freschezza straordinaria e si
colgono aspetti molto positivi. Ad esempio registro sempre
un’opposizione ed un contrasto continuo al malessere
contenuto nel libro: questo è un bene, significa che l’ottimismo
appartiene ancora alle nuove generazioni”.
Malessere, tristezza, dolore: sentimenti che trasudano
copiosi dalle pagine del romanzo di Giordano. Un aspetto che
non sfugge come quello della “costruzione matematica”
che emerge già dal titolo: “Inizialmente il romanzo
doveva intitolarsi “Dentro e fuori dall’acqua”, poi il
mio editore ha insistito per un titolo diverso e mi sono
fidato... a conti fatti ho fatto bene. In realtà la
matematica, la fisica e la scienza in generale non sono temi
centrali del romanzo, ma certamente la struttura simmetrica
del racconto e la scelta del linguaggio, molto precisa
rimandano esplicitamente ad una costruzione matematica”.
Del
resto Paolo Giordano è laureato in fisica ed è un
ricercatore ancora prima di essere uno scrittore: “Certamnete
fino a poco tempo fa quello dello scrivere era semplicemente
un hobby importante nella mia vita, ma soltanto un hobby.
Oggi le cose sono cambiate sarei uno stupido a vivere questa
esperienza come se fosse un passatempo”. Si annunciano,
quindi, nuovi racconti e romanzi in cui magari si
riverseranno anche le esperienze sconvolgenti di un successo
arrivato copioso e senza preavviso: “In effetti la mia
vita è cambiata molto e questo aspetto mi ha sempre fatto
un po’ paura perchè queste situazioni rischiano di
rovinare molti rapporti. Da qui forse la scelta di gestire
la cosa in solitudine, magari con un atteggiamento un po’
distaccato, per poi poter rientrare appieno e con stabilità
nella mia vita di tutti i giorni”. Emanuele
Navazza
A pranzo con Paolo Giordano
Paolo,
finalmente possiamo scambiare due parole senza essere
assaltati da fan in cerca di autografi, assessori vari o
giornalisti...
Sai, credo che una mia compagna delle superiori studiasse
fisica con te a Torino. Si chiama Benedetta, la conosci?
No, non mi pare.
Il cameriere: Che cosa ordinate?
Per me un filetto al pepe, dice Paolo. Per me una pizza alla
rucola. Io (parla Francesca, la ragazza toscana dell'ufficio
stampa Mondadori che accompagna Paolo) dei tagliolini con le
vongole.
Allora Paolo, soddisfatto dell'incontro di stamattina,
chiedo?
Sì, certo. E' sempre bello incontrare i ragazzi!
(...) E a te Roberto è piaciuto il libro?
Ma a dire il vero non l'ho ancora letto tutto, comunque sì.
Lo trovo molto vicino al mio modo di esprimermi e anche di
essere. Credo che la descrizione dei rapporti umani sia
vicina alla maggior parte dei rapporti che vivono i giovani
oggi: c'è molta solitudine, vuoto, ma anche una speranza di
fondo a cui si tende. Siamo combinati male, insomma!
Arriva il cibo!
Sai, dico io, il libro l'ho trovato un poco moltheniano.
Conosci Moltheni (io ho un po' una fissa per lui, rido).
Sì, certo che lo conosco. In effetti le atmosfere sono un
po' le medesime delle sue canzoni.
Bhe, se come hai detto stamattina faranno un film tratto dal
libro, sarebbe la colonna sonora perfetta!?
Sì, forse... Devo aggiornarmi sulle ultime cose (ridiamo).
Ti piace andare in giro a fare presentazioni, chiedo ancora?
Sinceramente essere sempre fuori casa e viaggiare molto mi
pesa. Mi mancano un poco gli spazi per dedicarmi
all'università, ma anche alla scrittura e al mio privato. Roberto
Conti
FEDERICO
MOCCIA
«Il libro è un amico fedele a cui confidarsi»
Federico Moccia accolto come il
cantante di una boy band dai giovani che hanno assistito all’incontro
alla Facoltà di Economia. Lo scrittore romano ha svelato le
ricette del suo successo e invitando i ragazzi ad andare
oltre i suoi romanzi
Caccia aperta all’autografo, applausi e grida... sembrava
quasi di stare ad un concerto dei Tokio Hotel, dei Jonas
Brothers o degli italici Finley (scegliere a caso tra leband
che vanno per la maggiore tra i teenager ndr): il fenomeno
Federico Moccia arriva a Novara per la rassegna Scrittori
& Giovani. Un incontro particolare quello dello
scrittore più amato dai ragazzi che cade proprio nel giorno
dello sciopero generale della scuola, ieri (giovedì 30
ottobre 2008), nell’aula magna della Facoltà di Economia.
Un’ora e mezza intensa quella che Federico Moccia e
il giornalista Armando Besio regalano ai giovani accorsi
numerosi, non quanto ci sia aspettava probabilmente... c’era
una manifestazione a cui partecipare. Un’ora in cui l’autore
che “con buona pace dei critici - secondo Besio - troverà
almeno un posticino nella prossima antologia della
letteratura italiana” ha spaziato dalla produzione
letteraria ai ricordi personali con il suo fare pacato e
coinvolgente: lo stesso che pervade i suoi romanzi.

“Quando leggi un libro perdi l’orientamento - spiega
Moccia - vivi una realtà diversa a un certo punto ti
ritrovi a ridere o a piangere mentre scopri le avventure dei
tuoi amici: i personaggi”. Ecco il segreto dell’autore
romano che ha conquistato una generazione di lettori con le
sue storie costruite intorno alle vicende dei più giovani:
“Quando stai scrivendo devi saper cogliere i messaggi che
ti lanciano i ragazzi. Più si riesce ad entrare nel loro
mondo, arlare come loro, pensare come loro e più il romazo
è vero. Il libro così diventa un amico educato che ti sta
accanto, con cui ti puoi confidare perchè non ti giudica”.
Una ricetta “semplice” per arrivare dritto ai cuori dei
teenager, ma l’autore si augura che i ragazzi non si
fermino a Moccia: “Leggete. C’è molto altro al di fuori
di Moccia, cè molto di meglio... spero che ciascuno dei
ragazzi che hanno cominciato a leggere con i miei romanzi
sviluppino un proprio percorso”. E non mancano alcuni
consigli per gli acquisti dai classici, Fitzgerald e
Hemingway, ai contemporanei Nick Hornby, per svelare infine
un segreto: “Martin Eden di Jack London... leggete questo
libro e scoprirete da dove ho preso spunto per costruire il
personaggio di Step protagonista di “Tre metri sopra il
cielo”. Non resta che leggere per svelare il mistero... Emanuele
Navazza
DIETRO LE QUINTE
CON PAOLA MASTROCOLA E BENEDETTA CIBRARIO
Paola, Benedetta, il treno e... le insegnanti
Povera
Paola Mastrocola, signora distinta e simpaticissima.
Incurante della superstizione si presenta all'incontro tutta
vestita di viola. Lei è una professoressa e anche una
scrittrice. Vorrei parlare di libri, ma finisco sempre a
parlare di scuola, mi confida nel breve tragitto dalla
stazione all'auditorium dove si tiene l'incontro.
Non mi piace parlare di scuola, speriamo che l'incontro non
vada in questa direzione...
Aspettiamo qualche minuto e il salone si riempie. Ci saranno
100 persone. Almeno 70 sono insegnanti. Venti i mariti o
compagni delle insegnanti. Gli altri dieci siamo io, una mia
collega (peraltro figlia di un'insegnante), un tecnico del
suono, la libraia al banchetto vendita e sei persone che
sono venute per fare una cortesia all'assessore
(naturalmente... pure lei insegna) che ha organizzato
l'incontro.
Paola Mastrocola è avvincente nel parlare dei suoi libri:
li scrivo tutti in prima persona, cerco di farlo in terza ma
non ci riesco... Gli scostati, i suoi personaggi, avvincono,
piacciono nel loro trovarsi sempre un po' fuori luogo.
Le insegnanti partono ben presto alla carica: "Signora
Mastrocola, può commentare la riforma della ministra
Gelimini?... Ma in che direzione va la scuola italiana?...
Quale futuro per i nostri ragazzi?..."
Menomale che si doveva parlare di libri...
L'incontro termina... Le insegnanti si accalcano per farsi
firmare una copia del libro rigorosamente donato loro (ossia
gratis) dall'assessore.
Care signore... L'autrice ha il treno!, dico io con tono un
poco hitleriano.
"Bla, bla, ma dove va la scuola?... Bla, bla... Oh,
cara collega sa che..."
Il treno non aspetta! Su, su!
"Bla... bla..."
Corsa in stazione. Ce l'abbiamo fatta (stavolta).
***
Analogo scenario per Benedetta Cibrario al liceo classico.
L'incontro alle 12.30 è terminato. Lei splendida e
signorile ha accattivato i ragazzi, raccontando di una
scrittura aristocratica e minuziosa. Rossovermiglio
è stato letto dai ragazzi nei minimi dettagli. Le domande
preparate e scritte su veline di carta sono molto tristi...
assolutamente impersonali, sciape, non incuriosiscono
nessuno. Poi sono tantissime e i tempi si dilatano. Mia
Peluso, la presentatrice ricorda che alle 13 c'è il treno.
Allora l'incontro finisce.
Le insegnanti mormorano perché non tutte le domande sulle
veline sono state recitate. (Che sarà mai, ne hanno già
fatte un centinaio!)
Ecco, il rito si ripete. La firma copie (naturalmente date
in omaggio). Poi le domande sulla scuola... bla, bla, bla.
L'autrice ha il treno, ricorda il preside. Ma le insegnanti
non mollano, la campanella per loro suona alle 13!
"Quale futuro per i nostri ragazzi?... Come
appassionarli alla scrittura?"
Gentile professoressa, mi scusi, l'autrice deve andare a
prendere il treno!, ricordo con tono fin troppo gentile.
"Mi lasci finire, noi insegnanti abbiamo il diritto di
chiedere... siamo semprele più bistrattate... bla,
bla..."
Corsa in stazione. Treno andato. Roberto
Conti
EVGENIJ
EVTUSHENKO
A Palazzo Natta le rime di Evtushenko
Il maestro Russo e la sua lirica: «La poesia ha il potere
di riunire»
“Ero
il numero uno dei peggiori poeti dell’ex Unione Sovietica
quando ho pubblicato i miei primi versi a quindici anni”.
Oggi Evgenij Evtushenko di anni ne ha quasi 75, sta curando
un’edizione della storia della letteratura russa e l’estate
scorsa ha attraversato le ex repubbliche sovietiche con 54
recital... di strada ne ha fatta e ce ne accorgiamo
osservandolo preparare il recital che ieri sera ha riunito
nel Salone della Prefettura di Palazzo Natta, per la
rassegna Scrittori&Giovani una folla di appassionati e
curiosi. Un vero e proprio processo creativo quello della
stesura della scaletta, l’accordo con il pianista ed
accompagnatore e la lettura stentorea, partecipata, teatrale
dei versi scelti per i novaresi.
Un anziano signore dagli occhi azzurri e vispi che di fronte
alla parola scritta riprende il vigore di un tempo, quel
vigore intellettuale che negli anni ‘50 lo pose in netto
contrasto con la dottrina del realismo socialista quasi per
caso, secondo lui: “L’unica cosa in cui eccellevo
veramente erano le rime. Mi studiai un dizionario di russo e
cominciai a cercare nuove rime. La mia allora era una
pratica assolutamente tecnica, un esercizio di stile che si
tradusse nel mio primo libro... fu un bene perchè quando la
poesia si riempie di contenuti se non c’è una grande
tecnica la sostanza viene svilita...”. Guaio in cui
Evtushenko non aveva alcuna intenzione di incappare: le sue
idee dovevano passare limpide e forti allora come oggi. “Allora
un grande aiuto arrivò proprio dall’Italia. Fu il cinema
neorealista: in Unione Sovietica le case cadevano a pezzi,
mancava il cibo, non c’erano neppure i vestiti, ma nei
nostri cinema le pellicole erano controllate mostravano solo
grandi feste, banchetti, gente felice... il neorealismo è
stato il maestro della nostra generazione di poeti e
scrittori”. Una generazione quella di Evtushenko che ha
scelto di combattere la censura: “Era un grande nemico
certo ma la lezione morale che ci arrivava dal Neorealismo
fu proprio quella che lo scrittore doveva essere la voce del
popolo, la voce di chi voce non ha... la parola scritta
doveva raccontare il mormorio della gente”.
“Per assurdo - prosegue Evtushenko - quella stessa censura
che noi combattemmo fu un amplificatore del nostro pensiero:
ricordo che quando Krusciov, che era un ignorante ma anche
un buono in fin dei conti, mi attaccò pubblicamente mi
arrivò un telegramma di Pasolini che mi fece i complimenti
scrivendo che la peggior censura era l’indifferenza: aveva
visto giusto...”.
Se
la penna è un’arma Evgenij Evtushenko ha trascorso una
vita in trincea, ma senza rimpianti: “Mi sento un uomo
felicissimo. Ho cambiato con i poeti e gli scrittori della
mia generazione la letteratura russa, allontandaola dallo
stereotipo fintamente puritano e dalla castrazione emotiva
cui era sottoposta”. Un uomo che ha vissuto ogni attimo e
che ha accumulato esperienze, ricordi, emozioni ma che si
illumina quando parla del suo primo amore: la poesia. E
quando gli ricordiamo alcuni suoi versi da “Uomini”,
poema sull’ineluttabilità del destino e della morte la
risposta è ineluttabilmente spiazzante: “La gente che non
è mai triste è gente imbecille. La disperazione aiuta ad
essere forti perchè non ti lascia altra scelta... la poesia
in generale ha la forza di muovere gli animi, di parlare al
cuore, ha soprattutto la forza di unire, la stessa forza che
ha letteratura ma che purtroppo non ha la politica, dovrebbe
averla ma non ce l’ha”. Lo dice un poeta che ha
conosciuto un “cowboy” di 28 anni di nome Evgenij in
Oklaoma: sua madre partorì poco dopo un suo recital, era il
1980. La guerra fredda era una realtà, il muro di Berlino
pure, ma il passaporto della poesia appartiene a tutti gli
Stati... Emanuele
Navazza
LUCREZIA LERRO
Oh donna, fai sentire la tua voce, pur flebile e silenziosa,
ma falla sentire!
Lo
cercano tutti da sempre, Il
rimedio perfetto per essere felici. E probabilmente,
nessuno ancora l’ha scovato. Nemmeno lei, Lucrezia Lerro,
giovane autrice salernitana che ha intitolato proprio così
il suo secondo libro edito da Bompiani nel 2007 e che,
esplorando i meandri della sofferenza e del disamore, ha
percorso al fianco dei suoi personaggi l’intera, seppur
ancora agli inizi, carriera letteraria.
“E’ abitudine degli scrittori emergenti – ha spiegato
il giornalista de ‘Il Sole 24 ore’ Armando Massarenti
che ha accompagnato l’autrice durante gli incontri della
rassegna novarese ‘Scrittori e giovani’ –
raccontare storie autobiografiche; fortunatamente per
Lucrezia Lerro non è così. Nel suo stile asciutto, così
vicino alla poesia da cui proviene, l’autrice consegna ai
lettori vicende di altre di cui però è in grado di
scandagliare i più profondi abissi dell’emozione”. Sono
sempre donne, infatti, le protagoniste della trilogia di
romanzi di cui questa voce narrante che contiene in sé il
calore del Meridione e l’impietosa freddezza del
contemporaneo, è artefice. Nel primo, Certi
giorni sono felice (Pequod, 2006), attraverso la voce di
una madre disperata narra la vicenda terribile della giovane
‘Scoiattolina’, corrosa nel corpo e nell’anima da un’anomala
forma di anoressia. Con Il
rimedio perfetto, sotto i riflettori si pone la storia
della piccola Alice, moderna Cenerentola bistrattata da una
nonna malvagia e da una maestra umiliatrice e al contempo
abbandonata da genitori troppo deboli. E infine, a chiudere
il cerchio, c’è Elsa, protagonista di La
più bella del mondo (Bompiani, 2008) che subisce la
violenza e l’ignoranza di un uomo bello ma senza scrupoli
che la costringe, in modo subdolo, ad abortire
clandestinamente.
“Ogni donna – ha dichiarato l’autrice – ha purtroppo
insito il seme dell’autolesionismo; per questo nei miei
libri ho deciso di raccontare il dolore perché quest’ultimo
non si sceglie, capita e basta. E alle donne capita più
spesso perché nella maggior parte dei casi tocca a loro
soffrire per due”. Quello percorso da Lucrezia Lerro è un
itinerario nelle viscere dell’essere umano, intrapreso per
combattere contro le proprie paure (rappresentate dal cibo,
dalla solitudine, dalla gravidanza) e aprire finalmente la
porta ad una seppur flebile, speranza (“Ero una bambina
golosa di gelati, di torroni, cioccolata, mandorle glassate,
frutta candita e caramelle. Ne rubavo e andavo a
nascondermi, poi mi torturavo i capelli per ora senza sapere
perché” – da Il
rimedio perfetto). Esistenze in cui si avvicendano
dolori, frustrazioni, inquietudini e in cui la realtà si
tramuta in un inferno quotidiano.
Ma una piccola luce che sa condurre fuori dagli abissi,
sembra rimanere sempre accesa: “Adesso lo so e so anche
che il rimedio perfetto è l’amore. Il rimedio di tutto”.
E il lettore se ne convince, coinvolto emotivamente dalla
storia e trascinato dallo stile: semplice, versatile, dai
periodi concisi, taglienti, energici.
“I titoli dei miei libri sono degli ossimori. Frasi
volutamente positive che fanno da contenitore a vicende
difficili, disperate”. Talvolta, che sfiorano limite del
grottesco. Un espediente efficace per esibire le
contraddizioni del reale. “Non capisco – ha concluso la
scrittrice - perché bisogna sempre aspettare la fine, per
essere felici”. Forse perché è innata nell’essere
umano quell’inquietudine curiosa che muove costantemente
la ricerca e che purtroppo, talvolta, fa imbattere nel male
o forse perché è solo lì, solo al limite, che quel ‘rimedio
perfetto’ tanto agognato, fa almeno capolino.
Barbara
Bozzola
DIETRO LE QUINTE
A cena con Lucrezia Lerro e Giulia Carcasi
Andare
a cena con gli autori è un piacere. Quando però ci vai da
due settimane consecutivamente (e queste ore non sono
retribuite e tolgono quel poco che rimane della mia vita
privata e precaria) lo spirito non è sempre dei migliori.
Questa sera l'atteggiamento è quello pocanzi descritto.
A tavola siamo in sei. Presto la discussione si dirige su
temi letterari, verso i quali non ho nessuna intenzione di
avventurarmi poiché leggo poco e soprattutto, non ho le
conoscenze per raccontare i dietro le quinte che tutti gli
altri commensali (scrittori e non) sembrano tirar fuori a
piene mani da un cappello a cilindro.
Conosci questo, hai letto quello? Si incomincia così... poi
dopo qualche bicchiere di vino si arriva a parlare agli
oggetti ritrovati negli sfinteri della gente la notte al
pronto soccorso.
Giulia Carcasi oltre a fare la scrittrice è laureata in
medicina e lavora in ospedale... quindi certe cose le ha
viste con i propri occhi. Noi possiamo aggiungere solo il
sentito dire, comunque non ci risparmiamo.
Ma come siamo arrivati a questo discorso?
Forse è partito tutto da una domanda su Cento colpi di
spazzola... Comunque poco importa. La serata prende una
piega allegrissima e confidenziale.
Poi Giulia e Lucrezia raccontano come sono arrivate alla
scrittura: c'è l'urgenza, quella di comunicare. C'è il
desiderio di non tacere. E l'amore per la scrittura,
naturalmente.
Lucrezia arriva da un paesino del salernitano. E' passata
per la poesia. Quando la senti parlare sembra che si squarci
il petto e lasci battere il cuore all'aria aperta. E'
empatica e forte. Mi trasmette molto e mi fa venire voglia
di leggere i suoi libri che sono là sul comodino.
Racconta storie di donne. L'urlo silenzioso è uscito dalla
carta ed è arrivato a tanti lettori, libro dopo libro. Un
passettino per volta, con tenacia lei ce l' ha fatta, ha
trovato una strada per arrivare.
Giulia Carcasi ha cominciato da piccolissima con i concorsi
- lo ha detto il giorno seguente anche ai ragazzi delle
magistrali - Ho provato molti concorsi (diffidate da quelli
a pagamento, ha ribadito) e quando avevo 16 anni ne vinsi
uno. Però non ritirai il premio nelle Marche perché avevo
dei problemi familiari, così un bel giorno mi chiesero di
andare a ritirarlo a Roma, in occasione della presentazione
di un libro. Il caso volle che in quella occasione conobbi
Erri De Luca; fu incuriosito e mi chiese di leggere del
materiale. Gli mandai qualcosa e lui mi disse "sei
destinata alla scrittura". Nei mesi successivi ci
scrivemmo spesso e mi diede molti consigli. Mi disse che la
mia scrittura reggeva, ma che mi mancava la storia... Dopo
qualche tempo gli mandai Ma le stelle quante sono...
Non lo sentii per parecchio tempo. Credevo di averlo deluso!
Poi mi chiamò Feltrinelli... e io con l'inesperienza di una
ragazzina andai a Milano a firmare il contratto...
Poi la cena prosegue con tante altre belle storie... fino
alla buonanotte. Roberto
Conti
LUIS
SEPULVEDA
Un bagno di folla per Luis Sepulveda
Scrittori&Giovani raduna il popolo dei lettori novaresi
per l’ultimo atto
“Alle mie presentazioni, quando sono molto fortunato, ho
di fronte duecento persone... quando accompagno l’amico
Luis, mi sembra di essere una rock star”. Bruno Arpaia,
scrittore e giornalista napoletano, non può che
sottolineare l’incredibile affluenza di pubblico che ha
caratterizzato l’ultimo appuntamento della rassegna
Scrittori&Giovani quello con Luis Sepulveda.
L’aula magna della facoltà di economia ha faticato a
contenere l’entusiasmo dei novaresi giunti in massa fino
ad occupare anche gli angoli più reconditi dell’auditorium:
un successo che suggella quello complessivo di una
manifestazione che ha risvegliato la voglia di cultura in
tutta la provincia. Il calore del pubblico non ha fatto
altro che esaltare le doti oratorie e narrative dello
scrittore Cileno che ha intrattenuto a lungo i presenti
regalando aneddoti, ricordando l’incontro con Evtushenko,
altro protagonista dell’edizione 2008 di
Scrittori&Giovani, ed il loro “viaggio” per
incontrare Neruda. C’è stato naturalmente il tempo per
parlare anche dell’ultima fatica letteraria “La lampada
di Aladino” in cui l’autore omaggia anche due “amici”
molto particolari: “i protagonisti di Il Vecchio che
leggeva romanzi d’amore, volevo far sapere a tutti che
stavano bene e che si tenevano in forma...”.
Tanta letteratura e tanto impegno civile per Luis Sepulveda
che riflettendo sul tema della rassegna letteraria, la
libertà, ha sottolineato: “Dovrebbe essere una parola
importante nel vocabolario di tutti, certo che quando un “cretino”
come Bush la pronuncia perde di significato... è un po’
come quando un alcolizzato parla di acqua o un prete parla
di sesso. Obama? Diversamente da Bush, che ha lasciato in
eredità al suo paese una tremenda guerra e una crisi
economica profonda oltre che la conferma che il sistema
capitalistico nella sua accezione più perversa, quella
liberista, ha fallito perchè mancante di un elemento
cardine come l’etica, ha scelto di giocare la sua sfida
sulla situazione interna degli Stati Uniti evitando di
ripetere continuamente che i destini del mondo dipendono da
lui e dalla sua nazione”. Non ha peli sulla lingua lo
scrittore sudamericano più amato in Italia e proprio al
Belpaese rivolge un’altra riflessione: “Se dovessi
sfregare la lampada di Aladino chiederei due cose al genio:
più coraggio e più intelligenza civica, di quest’ultima
si sente molto la mancanza. Pensiamo proprio all’Italia:
non posso dimenticare che il popolo per la terza volta ha
dato a Berlusconi la possibilità di guidare il Paese... un
grande atto di irresponsabilità”.
Dalla critica politica, che investe anche il suo sudamerica
in cui convive l’anima “populista di Hugo Chávez” e
quella “progressista di Lula”, a quella letteraria che
consente di aprire una interessante finestra sui gusti di
Sepulveda in riferimento ai colleghi italiani: “Sono un
fan sfegatato di Camilleri: aspetto con maniacale impazienza
l’uscita dei suoi libri. Mi piacciono molto anche
Lucarelli e Tabucchi e sento la mancanza della scrittura
innovativa di Laura Grimaldi”. Ritorna poi la sua passione
per il romanzo d’avventura: “Ho vissuto una vita
intensa, è il mio modo di approcciare il mondo ed è chiaro
che le esperienze personali si riversano nei romanzi...
forse è per questo che adoro i grandi romazi di avventura -
se ne vedono sempre di meno - che però non devono essere
scritti necessariamente da un avventuriero, penso a Salgari
ad esempio...”.
Emanuele Navazza
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