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Live - L'onda lunga dei ragazzi sonici continua a travolgere
Josè Sandri - ottobre 2008
Milano Alcatraz, ottobre 2008 - La band tra le più influenti ed imitate degli ultimi 20 anni, i Sonic Youth, pare abbracciare le fedi più disparate: da quella più punk a quella più barocca. Siamo andati nuovamente ad ascoltarli all'Alcatraz di Milano, perché un concerto dei Sonic Youth è un momento di celebrazione, un rito sabbatico, qualcosa che abbraccia un’unica fede. Oltre che il gruppo più importante del rock alternativo americano i Sonic Youth sono una delle migliori live band che abbia visto attualmente all'opera. L'anno scorso l'esibizione a Torino era stata a dir la verità in crescendo, per la prima parte - la riproposizione integrale di Daydream nation - dopo un inizio svogliato e decisamente positiva per la seconda: proprio il concerto rendeva molto più vivo il materiale di Rather ripped (a questo punto vecchio di due anni) con una Kim Gordon più libera grazie all'ingresso di Mark Ibold.
In attesa della prossima puntata discografica i newyorchesi sono arrivati in Italia per due date. Entrato definitivamente in formazione, l'ex bassista dei Pavement è stavolta della partita dall'inizio alla fine del concerto. Un ottimo concerto. Nella prima parte il dittico monumentale The sprawl/' cross the breeze da Daydream nation e il mitico incipit di Sister, schizophrenia (prendete i  Velvet underground e trasportateli negli anni Ottanta dopo il punk, aggiungete un tocco di psichedelia e di musica cosmica tedesca) sono ancora oggi delle magnifiche pitture astratte di musica rock come raramente è capitato e, credo, capiterà di sentire ancora. Subito dietro Hey Joni ha la pecca di essere "solo" un trascinante brano di punk rock sperimentale; ma pure basterebbero i suoni e le armonie ottenute suonando le chitarre - letteralmente - come uno strumento a percussione in The burning spear (al confronto i Liars sono dei simpatici e bravi scolaretti) a ripagare psicologicamente il prezzo del biglietto. L'altra volta mi ero concentrato più sullo stile di Thurston Moore, questa volta provo a seguire Lee Ranaldo tra un nugolo di teste.
I due sono pari, non c'è dubbio. Al centro Mark Ibold e Kim Gordon macinano ritmo con i due bassi (sì, se la vista non mi inganna sono due bassi). Finale tra gli applausi ma il vero regalo è l'ultimissimo pezzo; roteano nell'aria gli accordi iniziali inconfondibili di Expressway to yr. skull, nota anche come Madonna, sean and me o The crucifixion of Sean Penn. Comunque lo si chiami è un pezzo trascendentale, l'unica ballata possibile per i Sonic Youth con tutto ciò che questo comporta in quanto a digressioni e momenti di trance strumentale - tra campanelli e chitarra a 12 corde di Ranaldo -, ma anche una splendida melodia. È pure la degna fine della serata. Non resta che aspettare nuove sul fronte dei dischi e augurarsi di rivederli al più presto nel nostro paese.
 

on line da ottobre 2004