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Younis Tawfik è nato
nel 1957 a Mòsul (e già a questo punto abbiamo avuto un
primo segnale di quanto la maggior parte degli italiani
conosca poco l’Iraq di cui sentiamo parlare ogni giorno
con pronuncia occidentale errata). Fin da giovane ha
pubblicato poesie sulle maggiori riviste del Paese,
ottenendo, nel 1978, il "Premio di poesia"
conferito dalla Presidenza della Repubblica. Dal 1979
risiede a Torino, laureato in lettere, svolge attività di
giornalista, conferenziere e insegnante di lingua e cultura
araba dedicandosi in particolare alla divulgazione della
letteratura araba. E' presidente del centro culturale
italo-arabo Dar al Hikma di Torino.
Con il romanzo "La
straniera" ha vinto il premio Ostia, il premio Comisso
e il premio Grinzane Cavour 2000. I ragazzi del liceo
classico hanno letto il suo romanzo più celebre e anche il
recente “Il profugo” prima dell’incontro. Poi giovedì
scorso, 3 maggio, hanno conosciuto l’autore in carne ed
ossa e lo hanno sommerso di domande curiose e interessate.
L’incontro, che fa
parte della rassegna Scrittori&Giovani, promossa da
Regione Piemonte e Provincia di Novara, è stato moderato
dal giornalista Mimmo Càndito, inviato di guerra de “La
Stampa” e autorevole conoscitore della situazione politica
mediorientale.
Differenze e somiglianze
tra culture. Tutto è ruotato intorno a questo tema. Tawfik
e Càndito non si sono certo limitati a parlare dei libri.
Hanno raccontato la loro amicizia nata lontano da casa. Il
rispetto. La conoscenza. La comprensione di culture tanto
distanti quanto ricche di valori in fondo condivisi.
<Sono venuto in
Italia perché avevo desiderio di comprendere se il Paese
che i miei genitori in Iraq descrivevano con tanto
pregiudizio era veramente come lo raccontavano loro. Poi
volevo conoscere la Divina commedia, volevo partire da lì
per i miei studi – ha esordito Younis Tawfik – Poi dopo
qualche mese ho scritto ai miei genitori una lettera di 50
pagine per raccontare l’Italia come la vedevo io.
Assolutamente diversa>.
Tante le domande dei
ragazzi. “Ci sono delle differenze nell’accoglienza
“dello straniero” in questi anni in cui lei è in
Italia?” <Quando venni in Italia, per studiare, c’era
molta diffidenza, ma la mia condizione di studente era in
qualche modo “ben vista”, accettata insomma. Ora la
situazione è un po’ migliore. Quello su cui vorrei farvi
riflettere è invece un episodio diverso avvenuto alcuni
anni fa a Torino. Un ragazzo, tunisino credo, a cui una
vedova aveva donato alcuni abiti smessi del marito, ritrovò
in questi vestiti 5milioni di lire. Andò quindi a
restituirli alla donna che, meravigliata, ringraziò il
ragazzo con tutta la sua gratitudine. La notizia si diffuse.
Giunse ai media addirittura. Ebbene dopo qualche giorno il
ragazzo fu aggredito da alcuni teppisti che lo conciarono
davvero male. Avevano il fastidio del “mito del buono
straniero”. Paradossalmente, ai loro occhi, la sua colpa
era quella di aver fatto un gesto nobile… In quel caso,
poi, intervenne addirittura il presidente della Camera che
andò a trovare il ragazzo e la vicenda si concluse
positivamente. Ma in Italia ci sono anche realtà di
estremismo come questa>. <Occorre evitare gli
stereotipi, il male peggiore per avvicinarsi a culture
straniere. Questa mattina, proprio mentre venivo da voi,
ascoltavo l’episodio della ragazza di Roma, morta in
seguito all’aggressione con un ombrello in metrò. La
ragazza romena che l’ha aggredita, già, in quella
trasmissione, era diventata il capro espiatorio per
addebitare qualità negative ad un’intera classe di
immigrati dei Paesi dell’Est. Questo è ciò che dobbiamo
evitare>. “Ci dica qualcosa della situazione attuale in
Iraq. È come la raccontano i media?” <La mia famiglia
vive in Iraq e descrive la situazione come ai limiti. Lo
stato, in tutte le sue forme, è stato completamente
cancellato e questo, a mio avviso, è uno degli errori
principali degli americani. La popolazione è allo sbando.
Non ci sono regole. Nella capitale specialmente. L’Iraq è
un Paese ricco di risorse e la popolazione ha mediamente un
buon livello culturale. Purtroppo, oltre alla guerra in sé,
lo sradicamento tout court della cultura e delle tradizioni
che vigevano nel Paese, per quanto avessero diversi
“limiti”, non sta giovando affatto>. |