Sono appena le 21.30
quando inizia la “notte della tempesta”. Il palcoscenico
è quello del Rolling stone di Milano. Prima di cominciare
una premessa doverosa: fa un po’ dispiacere come la serata
sia così fortemente vincolata dai “tempi”. Moltheni è
costretto ad iniziare quando i più sono ancora a cena, Il
teatro degli orrori è panalizzatissimo dall’audio e i Tre
allegri ragazzi morti devono tagliare un paio di pezzi della
già scorciata scaletta perché il dj-set incombe…
Peccato!
Entrando rimango colpito
da una ragazza che indossa un cappotto nero a pois bianchi…
fantastico! Erano mesi che non vedevo un capo così trash.
Indescrivibile a parole! Già che siamo in tema di “moda”
devo troppo segnalare la nuova maglietta del merchandising
di Moltheni con su il cervo… dopo il cavallo e la mucca
(sezionata) cos’altro potevamo aspettarci. Che Visnù li
protegga.
Il risveglio è
la partenza. Sul palco Gianluca, Giacomo e Pietro… un po’
in ritardo arriva anche Moltheni. Poi dal secondo pezzo L’età
migliore ecco anche Carmelo Pipitone. Dimenticavo la serata
è una di quelle organizzate da Rock tv… quindi bisogna
fare bellissima figura: ritmi serrati e incalzanti. Deserto
biondo dà a Carmelo la possibilità di sbizzarrirsi con
la steel guitar… Poi Bufalo (potete vedere il video
che ho girato con la mia fichissima digitale da 40 euro!) ed
Educazione all’inverso. Aiuto, l’audio di questo
locale così tecnologico, ci sono schermi ovunque, fa acqua
da tutte le parti. C’è un riverbero odioso! Peccato per
la seconda volta.
Il breve set continua
con Nella mia bocca, poi Il bowling o il sesso.
Tutto regolare. Ecco infine la chicca che non ti aspetti: Suprema
con la batteria e le chitarre è ancora più bella. Pietro
sorride. Il pubblico ancora di più. Tutti sono contenti ed
appagati. Poi qualcuno chiede “eternamente”… Un attimo
che mi accordo, risponde Moltheni.
Quello è il pezzo di
chiusura. Poi tocca al Teatro degli orrori: con tutto il
rispetto ci trovo pochino pochino. Il nome azzeccatissimo! A
stento ho capito che cantavano in Italiano. Certo il genere
a me ostico e l’audio (ancora peggio di prima) non hanno
aiutato. Mi riservo di risentirli con più attenzione.
Promessa. (Che fortuna qui sotto
c'è la recensione di Erika che si coccola Capovilla e
compagni, bene così non mi fa sentire in colpa più di
tanto)
Con
una bella mascherona gigante alle spalle tocca ai Tarm: il
loro show sulla cortissima distanza non coinvolge come
dovrebbe. Certo Lorenzo piedi grandi o Il mondo
prima, cantato con la collaborazione di Marcela, sono
sempre canzoni che fa piacere sentire… Con Mio
fratellino ha scoperto il rock’n roll e con Occhi
bassi (la canzone della ragazzina che si ingroppa i topi…
battuta pessima) il pubblico mascherato si infiamma. Tutti
ballano. Nel frattempo tra gli spettatori si infiltrano nomi
di musicisti più o meno noti. Tutti attenti e concentrati.
Per il terzetto una bella soddisfazione, la Tempesta sembra
volare alto. La gente c’è. Chiusura di rito con Mai
come voi… il dj-set incombe. Almeno il dj-set era
bello davvero. Di solito in questi locali mettono sempre la
stessa robaccia. Qui no, almeno di questo va dato atto al
vecchio Rolling.
Rec 2 Erika
Gigli
E
vai al Rolling Stone, alla notte della tempesta e
ovviamente al tuo solito ritardo si aggiunge il tipo con
l’auricolare con il suo “scusami mi puoi aprire la
borsa?”, borsa che ovviamente nasconde due birre che
ovviamente non puoi portare dentro
Allora,
le vai a nascondere in mezzo alla pattumiera.
Poi
torni dentro, dici che “dai, sarà iniziato da poco”
e non appena fai il primo scalino per scendere, senti
quei grugniti inconfondibili.
Corri.
Giù
per le scale.
E
lo scorgi Capovilla, là, sul palco,
ad annunciare che qualcosa di grosso sta per cominciare.
E
ti fanno quasi innervosire nel farti aspettare così
tanto quella botta dell’attacco.
O
inquietare?
Che
ti sei perso Moltheni, non ci pensi neanche, ma la
coiffure di Capovilla la noti subito, certo, con quella
arricciatura infondo.
“E’
entrato coi capelli da parrucchiere ed è uscito coi
capelli da parrucchiere” (cit.)
(Molti
capiranno che non è una cosa così solita e scontata)
…e
la botta dell’attacco arriva.
Anche
se sarà circa la quinta volta nel giro di pochi mesi
che te la becchi, arriva forte, come sempre.
Il
cavo del microfono sembra davvero troppo corto per
Capovilla, ma il suo spettacolo va avanti comunque.
Violento,
assolutamente sbruffone, agitato e agitatore, te li
sbatte in faccia, nudi e crudi, gli orrori, quelle
sensazioni da sempre latenti, che ti angosciano o che
ti tirano fuori la rabbia ed una certa cattiveria.
Non
come la televisione e, a proposito, menomale che anche
questa volta hai pensato bene di non restarci davanti.
Capovilla
è perfetto provocatore con quei testi che sono semplici
si, ma velatamente colti, sfrontati, scomodi.
E
insieme a Capovilla ti assaltano quei riff di Gionata
Mirai che si scontrano e incontrano continuamente con le
linee portate avanti da Favero.
E
lì dietro, Valente sbatte quelle sue braccia così
magre e fini in modo incredibilmente forte e impetuoso.
Un ossesso.
E
la catarsi arriva, certo che arriva, se quell’aggressività
che ti si riversa addosso dal palco la condividi almeno
un po’, anziché subirla passivamente.
Come
si suole dire (un po’ troppo spesso, ma in questo caso
è d’uopo):il
Teatro degli orrori ha spaccato.Di
nuovo.
Dopo
il Teatro degli Orrori, vai a fumare la sigaretta e
allora ci pensi, al fatto che Moltheni te lo sei perso;
chiedi in giro e ti dicono che è stato bravo, che è
stato un bel concerto. Lo sapevi già, in fondo.
Torni
dalla sigaretta e dai commenti sul nuovo color prugna
dei capelli di Capovilla e ti ritrovi i Tre allegri
ragazzi morti sul palco.
Sarà
per la birra o per le tue cazzate in testa, ma ascolti
qualche canzone che quasi ti commuove.
E
non è nemmeno che i TARM ti abbiano mai segnato
particolarmente.
Non
è idiota commuoversi per la storia del principe che
arriva in bicicletta?
O
per quella della tipa che piange tutte le sere? O per
quella della tipa che cantava giù per le scale?
Storielle
semplici, naif.
Colorate.
Sensazioni
comuni.
Ma
sentite e riflettute.
L’adolescenza
spensierata e teneramente rabbiosa, ma anche l’adolescenza
come mezzo per raccontare quel certo “essenziale”
che conta a quindici anni, ma che si capisce e si fa
sentire ancora di più durante quelli che vengono dopo,
di anni.
Canzoni-ossimoro,
perché vedi come, in quella loro fresca e semplicissima
allegria punk and roll, possono risultare tristi per
quella ragazzina lì davanti a te o malinconiche per
quello di almeno trent’anni , con la mascherina in
mano, alla tua sinistra.
Un
ossimoro, come la voce di Toffolo in rapporto alla sua
faccia, perché quando Toffolo si toglie la maschera ti
fa ancora un po’ un effetto strano.