Al Rolling Stone di Milano

Non mancano le sorprese alla notte della tempesta

  Rec 1 Roberto Conti
 

Sono appena le 21.30 quando inizia la “notte della tempesta”. Il palcoscenico è quello del Rolling stone di Milano. Prima di cominciare una premessa doverosa: fa un po’ dispiacere come la serata sia così fortemente vincolata dai “tempi”. Moltheni è costretto ad iniziare quando i più sono ancora a cena, Il teatro degli orrori è panalizzatissimo dall’audio e i Tre allegri ragazzi morti devono tagliare un paio di pezzi della già scorciata scaletta perché il dj-set incombe… Peccato!

Entrando rimango colpito da una ragazza che indossa un cappotto nero a pois bianchi… fantastico! Erano mesi che non vedevo un capo così trash. Indescrivibile a parole! Già che siamo in tema di “moda” devo troppo segnalare la nuova maglietta del merchandising di Moltheni con su il cervo… dopo il cavallo e la mucca (sezionata) cos’altro potevamo aspettarci. Che Visnù li protegga.

Il risveglio è la partenza. Sul palco Gianluca, Giacomo e Pietro… un po’ in ritardo arriva anche Moltheni. Poi dal secondo pezzo L’età migliore ecco anche Carmelo Pipitone. Dimenticavo la serata è una di quelle organizzate da Rock tv… quindi bisogna fare bellissima figura: ritmi serrati e incalzanti. Deserto biondo dà a Carmelo la possibilità di sbizzarrirsi con la steel guitar… Poi Bufalo (potete vedere il video che ho girato con la mia fichissima digitale da 40 euro!) ed Educazione all’inverso. Aiuto, l’audio di questo locale così tecnologico, ci sono schermi ovunque, fa acqua da tutte le parti. C’è un riverbero odioso! Peccato per la seconda volta.

Il breve set continua con Nella mia bocca, poi Il bowling o il sesso. Tutto regolare. Ecco infine la chicca che non ti aspetti: Suprema con la batteria e le chitarre è ancora più bella. Pietro sorride. Il pubblico ancora di più. Tutti sono contenti ed appagati. Poi qualcuno chiede “eternamente”… Un attimo che mi accordo, risponde Moltheni.

Quello è il pezzo di chiusura. Poi tocca al Teatro degli orrori: con tutto il rispetto ci trovo pochino pochino. Il nome azzeccatissimo! A stento ho capito che cantavano in Italiano. Certo il genere a me ostico e l’audio (ancora peggio di prima) non hanno aiutato. Mi riservo di risentirli con più attenzione. Promessa. (Che fortuna qui sotto c'è la recensione di Erika che si coccola Capovilla e compagni, bene così non mi fa sentire in colpa più di tanto)

Con una bella mascherona gigante alle spalle tocca ai Tarm: il loro show sulla cortissima distanza non coinvolge come dovrebbe. Certo Lorenzo piedi grandi o Il mondo prima, cantato con la collaborazione di Marcela, sono sempre canzoni che fa piacere sentire… Con Mio fratellino ha scoperto il rock’n roll e con Occhi bassi (la canzone della ragazzina che si ingroppa i topi… battuta pessima) il pubblico mascherato si infiamma. Tutti ballano. Nel frattempo tra gli spettatori si infiltrano nomi di musicisti più o meno noti. Tutti attenti e concentrati. Per il terzetto una bella soddisfazione, la Tempesta sembra volare alto. La gente c’è. Chiusura di rito con Mai come voi… il dj-set incombe. Almeno il dj-set era bello davvero. Di solito in questi locali mettono sempre la stessa robaccia. Qui no, almeno di questo va dato atto al vecchio Rolling.

 

Rec 2 Erika Gigli

E vai al Rolling Stone, alla notte della tempesta e ovviamente al tuo solito ritardo si aggiunge il tipo con l’auricolare con il suo “scusami mi puoi aprire la borsa?”, borsa che ovviamente nasconde due birre che ovviamente non puoi portare dentro
Allora, le vai a nascondere in mezzo alla pattumiera.
Poi torni dentro, dici che “dai, sarà iniziato da poco” e non appena fai il primo scalino per scendere, senti quei grugniti inconfondibili.
Corri.
Giù per le scale.
E lo scorgi  Capovilla,  là,  sul palco, ad annunciare che qualcosa di grosso sta per cominciare.
E ti fanno quasi innervosire nel farti aspettare così tanto quella botta dell’attacco.
O inquietare?
Che ti sei  perso Moltheni, non ci pensi neanche, ma la coiffure di Capovilla la noti subito, certo, con quella arricciatura infondo.
“E’ entrato coi capelli da parrucchiere ed è uscito coi capelli da parrucchiere” (cit.)
(Molti capiranno che non è una cosa così solita e scontata)
…e la botta dell’attacco arriva.
Anche se sarà circa la quinta volta nel giro di pochi mesi che te la becchi, arriva forte, come sempre.
Maaaria vergine santissima, immacolata concezione.
Il cavo del microfono sembra davvero troppo corto per Capovilla, ma il suo spettacolo va avanti comunque.
Violento, assolutamente sbruffone, agitato e agitatore, te li sbatte in faccia, nudi e crudi, gli orrori, quelle sensazioni da sempre latenti, che ti angosciano o che ti  tirano fuori la rabbia ed una certa cattiveria.
Non come la televisione e, a proposito, menomale che anche questa volta hai pensato bene di non restarci davanti.
Capovilla è perfetto provocatore con quei testi che sono semplici si, ma velatamente colti, sfrontati, scomodi.
E insieme a Capovilla ti assaltano quei riff di Gionata Mirai che si scontrano e incontrano continuamente con le linee portate avanti da Favero.
E lì dietro, Valente sbatte quelle sue braccia così magre e fini in modo incredibilmente forte e impetuoso. Un ossesso.
E la catarsi arriva, certo che arriva, se quell’aggressività che ti si riversa addosso dal palco la condividi almeno un po’, anziché subirla passivamente.
Come si suole dire (un po’ troppo spesso, ma in questo caso è d’uopo): il Teatro degli orrori ha spaccato. Di nuovo.
Dopo il Teatro degli Orrori, vai a fumare la sigaretta e allora ci pensi, al fatto che Moltheni te lo sei perso; chiedi in giro e ti dicono che è stato bravo, che è stato un bel concerto. Lo sapevi già, in fondo.
Torni dalla sigaretta e dai commenti sul nuovo color prugna dei capelli di Capovilla e ti ritrovi i Tre allegri ragazzi morti sul palco.
Sarà per la birra o per le tue cazzate in testa, ma ascolti qualche  canzone che quasi ti commuove.
E non è nemmeno che i TARM ti abbiano mai segnato particolarmente.
Non è idiota commuoversi per la storia del principe che arriva in bicicletta?
O per quella della tipa che piange tutte le sere? O per quella della tipa che cantava giù per le scale?
Storielle semplici, naif.
Colorate.
Sensazioni comuni.
Ma sentite e riflettute.
L’adolescenza spensierata e teneramente rabbiosa, ma anche l’adolescenza come mezzo per raccontare quel certo “essenziale” che conta a quindici anni, ma che si capisce e si fa sentire ancora di più durante quelli che vengono dopo, di anni.
Canzoni-ossimoro, perché vedi come, in quella loro fresca e semplicissima allegria punk and roll, possono risultare tristi per quella ragazzina lì davanti a te o malinconiche per quello di almeno trent’anni , con la mascherina in mano, alla tua sinistra.
Un ossimoro, come la voce di Toffolo in rapporto alla sua faccia, perché quando Toffolo si toglie la maschera ti fa ancora un po’ un effetto strano.
Anche se non è la prima volta che lo vedi.
Io la prima volta non capivo.
Ma è durato pochissimo.

 

 
 
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